sabato 3 luglio 2010

A Humanoid Tale. Chapter8


Inizio questa nuova parte chiedendomi se arriverò viva alla fine.
Esattamente come mi chiedevo se sarei arrivata viva alla fine di quel 12 Aprile.
Un foglio bianco è sempre un bell’ostacolo da superare, soprattutto quando ti accingi a raccontare qualcosa che un valore grande per te… e ormai l’ho imparato, che sia un racconto in parole o un disegno. Sai quello che senti, ne sei così profondamente consapevole, è così avvinghiato al tuo cuore e alla tua mente, che l’idea di tirarlo fuori e dargli una forma materiale sembra terribilmente banale. Hai paura che non riuscirai mai, mai a rendere davvero quello che provi, quello che hai dentro; paura di minimizzare qualcosa di grande nella sua scialba ombra.
Vuoi e non vuoi: vuoi farne qualcosa, vuoi scriverlo, rappresentarlo, raccontarlo, illustrarlo, farne qualcosa, perché è troppo forte, è troppo intenso, troppo esplosivo per tenerlo dentro a macerare. D’altronde l’ispirazione migliore, al di là del risultato finale, nasce sempre da sensazioni travolgenti.
Ma poi non vuoi, c’è qualcosa che ti trattiene: rimandi, rimandi, rimandi in continuazione. Perché è come se il primo segno che traccerai su quel foglio, la prima parola che scriverai, sarà una pietra miliare. Ed è troppo difficile cominciare, decidere qual è il modo giusto; è una sfida enorme quella di mettere bianco su nero un sentimento enorme. Il foglio, a differenza dell’anima, ha dei limiti. Il linguaggio, qualsiasi forma di linguaggio, ha molti limiti rispetto alla sfera emotiva… e quindi sì, probabilmente non riuscirai mai ad avere la resa perfetta.
Rimarrà sempre un’ombra.
Ma si cerca di fare del proprio meglio perché quell’ombra si avvicini il più possibile alla verità…
E questa digressione insulsa (che non ha nessuna pretesa, è solo un flusso di coscienza) l’ho infilata qui dentro, ma vale  per tutto il racconto, fin dall’inizio, e per altre cose.

Il 4 aprile si rientra da un’avventura, il 5 già ne inizia un’altra: Clari ed Ele fanno un sopralluogo al Forum di Assago, ma se questo potrebbe stupire, c’è di peggio: trovano già qualcuno accampato.
Il 6 mattina siamo io, Chiara e Noemi a trovarci nell’amena stazione di Famagosta e, con un breve viaggio in pullman, arrivare al luogo predestinato. Lì passa la prima, lunga giornata disperse in mezzo all’autostrada e il cemento bollente –sì, siamo passate dal gelo ad un primo caldo- , dove il posto più civilizzato sembra essere Spizzico.
Onestamente, non penso di riuscire a ricostruire tutta la settimana, giorno per giorno, ora per ora, fino al dodici. Mi sembra anche abbastanza inutile, dato che bene o male non è stato altro che un viavai continuo da casa al Forum, pranzi a Spizzico, numerazioni, appelli alle quattro, istruzioni comunicate più o meno ad alta voce.
E per continuare la lista come si deve: cartelli appesi e poi strappati e fatti a pezzi, spionaggio nemico, litigi e risse furibonde fra Facebook e forum – virtuali – vari, congetture, pianificazioni, preghiere affinchè decidessero di aprire l’ingresso parterre.
Questa la routine.
Poi, naturalmente, c’è stato qualche episodio fuori dall’ordinario: per esempio, Claudia che è venuta a dormire da me per un paio di giorni. E in questa stanza si crearono cartelloni, ci si appassionò alle cospirazioni anti-numeretti sui forum, si cercò anche di iscriversi a qualche concorso per meet&greet così, last minute.
Poi c’è stata la giornata della telefonata ad allarme rosso.
Sto per metter bocca al mio pranzo da Autogrill, quando una vocina alla mia destra blatera qualcosa come: “Ma Marta ha vinto il meet?”
E in quel momento mi accorgo di una Chiara concitata che cerca di reggere il piatto di risotto giallo in equilibrio sul vassoio mentre parla al telefono. Mi precipito da lei, e in un attimo è tutto lampante. Quando mi passa il cellulare, io sono senza fiato e con la tremarella per un mix di emozioni che vanno dall’agitazione all’invidia, mentre la prima cosa che Marta riesce a sputare fuori è: “Lo dicevo io! Vedi che sono sfigata.”
Passo sopra a questa affermazione senza senso solo perché sono troppo mentalmente alterata.

Ammetto di avere fatto qualche ora di profonda depressione per questa notizia. Ok, non depressione, più delusione e frustrazione e rabbia. Soltanto perché avevamo partecipato ai concorsi insieme, ci eravamo incavolate e infervorate insieme, ne avevamo parlato fino allo sfinimento, ci eravamo fatte venire esaurimenti nervosi per questi meet&greet. E alla fine, per l’ennesima volta a questo giro, ho visto il famigerato colpo di fortuna passarmi di fianco e andare oltre. Questa volta, davvero ad un soffio. Spero che un po’ di malumore e gelosia, almeno sul colpo, siano giustificabili.
Anche perché il giorno dopo, tempo di riassestare in neuroni, erano già passati, lasciando posto solo a quello che già c’era ma su cui non ero riuscita a concentrarmi:  felice commozione.

Tornando al filo del discorso: c’è anche una giornata Melià.
Una giornata in cui, per qualche sospetto, qualche voce internettiana, qualche sesto senso da persone poco paranoiche quali siamo, decidiamo che loro devono essere a Milano. E più precisamente, al Melià. Passiamo la mattinata là fuori, cercando di carpire informazioni dal barista del bar di fronte, che va anche in missione per noi. Pranziamo lì, sbirciando da oltre le siepi. Ci godiamo l’esilarante spettacolo di quelle che, abbiamo deciso, sono fan di Miguel Bosè in attesa del loro idolo. E compiangiamo in anticipo la nostra sorte di signoreminkia.  
Dopo l’appello, alcune di noi tornano e là, e ci restano fino a sera, fra uno spritz e una figura di merda con il portiere. Nel frattempo, su internet si diffonde la voce che sono a Milano, non capiamo se per colpa nostra o perché sia effettivamente vero.
Si scoprirà in seguito che sì, erano a Milano, alla Universal per discutere il dvd. Ma non al Melià.
Un giorno, e mi pare che fosse il sabato, gioco il jolly e resto a casa.
E prima di passare ai fatidici ultimi due giorni, c’è l’evento X da ricordare: evento che è capitato proprio nello stesso giorno della telefonata ad allarme rosso. Deve essere stato proprio quello, paradossalmente, a darmi una metaforica botta in tesa e rimettermi l’allegria.
Da brave bambine, dopo l’appello prendiamo l’autobus per tornare a casa.
Ma sull’autobus salgono i controllori: una vera e propria gang di controllori, nemmeno dovessero braccare una cricca di camorristi – i quali camorristi, si sa, fuggono con sugli autobus ATM.
Siamo otto: io, Chiara, Noemi, Marina, Giulia, Claudia, Maela e Rora. I biglietti invece sono zero. O meglio, alcuni ci sono, ma non sono quelli giusti.
E via alle scenate da soap opera. In quel frangente possiamo vedere come ogni attrice adotti una tecnica diversa per persuadere l’essere in divisa che ha di fronte… C’è chi adotta la strategia del silenzio, chi si dà a plateali rimostranze da cliente truffato, insinuando, con giri di parole e linguaggio studiato, che chi vende i biglietti alle edicole è un completo inetto (Chiara),  chi grida fuori di senno senza risparmiare insulti a chiunque (Giulia), chi cerca di commuovere mostrandosi stupito e affranto, sperando che la logica e la calma siano la chiave (io)… tutte tecniche molto convincenti, mi complimento, stavo quasi per auto-convincermi di avere davvero chiesto all’edicolante di Cadorna quale fosse il biglietto giusto per Assago.
Ma alla fine la multa ce la becchiamo tutte.
E il controllore analfabeta buzzurro l’ha vinta.
Solo scendendo ai treni ci accorgiamo che Giulia e Noemi si sono volatilizzate… e le ritroviamo ai tornelli a Cadorna: fiere della loro fuga tattica, fra l’altro suggerita da uno dei controllori.
Orgogliose del nostro malloppo, soddisfatte di poter inserire anche questa nel libro delle idiozie fatte per quei quattro, convinte che un giorno o l’altro glielo racconteremo, ci scattiamo una bella foto ricordo.
…Devo dirlo, che in quel cunicolo sotterraneo che è la metropolitana di Cadorna ci passo un giorno sì e uno no. E siccome io metto dei cartellini mentali, delle stelline, dei contrassegni ad ogni luogo che conserva un ricordo particolare, ora ne ho uno anche lì. E ogni volta ci rivedo, rivedo la nostra foto e le nostre risate, il nervoso e tutto il resto. E rivedo quei giorni in cui fare le scale della metropolitana di corsa era d’obbligo, per prepararsi all’ingresso in arena.

L’avvocato Chiara cerca anche qualche cavillo per divincolarsi dall’obbligo di pagare: per esempio, MALLE Marzotto non esiste. O meglio, allora non esisteva! (Adesso è una realtà consolidata)
Quindi Malle può rifiutarsi di pagare la multa.

L’ora X scatta l’11 aprile alle 5.30: Chiara passa in macchina sotto casa, sono addirittura pronta in anticipo. Con sacco a pelo, zaino e borsa da spiaggia ben rifornita, scendo.
Il viaggio nell’oscurità e solitudine delle ore che precedono l’alba. Siamo tutte mezze addormentate, io, Chiara, Noemi e la sua amica (di cui non ricordo il nome, sorry =( ) ma questo non ci impedisce di cantare In Your Shadow, quando il random decide che è la canzone giusta per quel momento.
E tantomeno impedisce a Chiara di tentare l’impossibile con la casellante delle 5 del mattino, chiedendole se non sia possibile fare il car pppooling (con sputo) “visto che siamo in quattro!”
Indescrivibile l’espressione di risposta.

Fra la brina e la nebbiolina mattutina, arriviamo al Forum e parcheggiamo. Fa freddo, tira vento. Raggiungiamo il capannello di persone che si è raggruppato sotto i portici, fra cui Giulia e Bea, scopriamo che qualcuno ha passato la notte lì.
Andiamo a recuperare Erika, Maela, Alice e Viky, arrotolate sul cemento nudo come quattro involtini primavera dispersi per l’autostrada. Il risveglio delle larve è qualcosa di esilarante.
La gente inizia ad arrivare, poco per volta, alcuni nuovi, alcuni già catalogati in lista; lo Spizzico viene invaso non appena apre le porte. Ci impossessiamo di ogni angolo ed ogni tavolo, facciamo colazione, sonnecchiamo, parliamo, ci trucchiamo.
E’ una giornata lunghissima.
C’è una partita di basket, per cui è impossibile mettersi in fila prima di sera. Fuori fa abbastanza freddo, quindi per la maggior parte del tempo restiamo sedute ai tavoli, accalcate, e passiamo il tempo a progettare fan-action che non realizzeremo mai, disegnare cartelloni, dare e ricevere istruzioni.
E’ stato bellissimo rivedere le ragazze svedesi che, a Stoccolma, erano di fronte a noi in coda. E poi altre, che avevano l’hotel a Dateo e on sapevano come arrivarci. E Eva, la ragazza ceca, che non avrei mai riconosciuto se non mi avesse salutata lei.
A metà pomeriggio ci portiamo tutte sul retro per l’appello: è un gigantesco appello. Chiara, Ele e Clari che chiamano i nomi dalle scale, una massa di gente di sotto da cui si levano leggeri “Sì”, “Qui!”, “Ci sono!”. E qualche radiazione che suscita ilarità generale.
Si va poi avanti, qualche pianto isterico, qualche battibecco.
Poco prima delle cinque (mi pare) Marta mi telefona per raccontarmi il soundcheck, e lì inizio a saltellare in maniera ridicola e mandare gridolini da cartone animato, poi mi fiondo a riferire con un sorriso che va da un orecchio all’altro… ma non è finita, perché poco dopo che ci siamo trasferite sul retro a pianificare la distribuzione sui vari cancelli, mi arriva la telefonata post-meet&greet: devo allontanarmi perché so già che anche gli alberi mi troveranno ridicola!
Diciamo che un canguro pazzo salterebbe di meno: ascoltare quel racconto, sapere che è appena uscita dall’incontro con la I maiuscola, è come inalare euforia. Me lo ricordo bene che una delle prime cose che Marta mi aveva detto, quando ci eravamo conosciute, era che lei doveva assolutamente farsi “questa cazzo di foto con Bill!!!”.
:)

Passano lente le ore, fra code interminabili al bagno schifoso, pranzo in piedi a Spizzico, quattro chiacchiere con Angela e Sil… una rapida e fallimentare prova d corsa su per le scale.
Stiamo dentro a Spizzico finchè non ci cacciano fuori brutalmente, poi vaghiamo avanti e indietro mentre le cape organizzano con la security.
Aiutiamo una francese disperata, senza soldi, cellulare né hotel, che sta male e vuole tornare a casa. Intervengono, per modo di dire, i carabinieri, ma alla fine avremmo fatto di meglio da sole.

Sul tardi, penso dopo le undici, mentre eravamo là fuori, nel parcheggio, forse sedute sul muretto… chiacchieravamo del più e del meno cercando di ammazzare il tempo. In quella luce gialla inquietante, fra il vocio confuso delle persone che, sdraiate e sedute ovunque, coperte da plaid, sacchi a pelo, teli termici crepitanti, come noi aspettavano un segnale. Già con un principio di mal di pancia da ansia, completamente rivolta al giorno dopo con la mente, ho detto qualcosa come: “Chissà domani a quest’ora come staremo, cosa diremo. Come sarà stato.”

Ad una certa ora, le sapienti cape ci hanno incanalano nella serpentina di transenne costruita. Una breve marcia fino ai tre ingressi, sui quali ci spargiamo più o meno uniformemente. Io e Claudia allestiamo un bellissimo letto da tre, spazioso, caldo, ben fornito. Ho addirittura un cuscino, perché una volta tanto che abito vicino e posso portarmi dietro la casa, lo faccio.
Dopo qualche chiacchiera, qualche viavai, ci infiliamo tutte e tre nei sacchi a pelo e, sotto i lampioni gialli, l’insegna blu del Mediolanum Forum e il fruscio raro delle macchine in autostrada, ci addormentiamo.

Per quanto si possa dormire, queste nottate non sono mai tranquille.
Sarà perché le location non sono mai particolarmente concilianti, sarà perché sei già in agitazione per l’indomani, sarà perché c’è sempre qualcuno che parlotta intorno, ma una dormita profonda è cosa rara.
A Milano mi sveglio con delle tizie che litigano un po’ in spagnolo, un po’ in italiano; la mattina prestissimo, poi, apro gli occhi ma rimango qualche minuto nel dormiveglia… sento le altre svegliarsi, Chiara lamentarsi di qualcuno che russa e chiedere a Claudia se sono io – invece è Giulia. Poi inizia a blaterare qualcosa sul fatto che sono un bozzolo, un cocoon, e inizia a chiamarmi “bozzolo”. Ormai so che è la sua fase di insanità mentale mattutina.

Pian piano tutti i sacchi a pelo iniziano a prendere vita, spuntano teste, capelli arruffati, occhi assonnati. Mi siedo e mi infilo le cuffie, avvolta nel mio fedelissimo, e dondolando avanti e indietro, ancora mezza addormentata, vedo il cielo che da nero si fa violetto, poi azzurro cenere, poi turchese. E’ una bella giornata. Chiara è già dispersa a soccorrere qualcuno, Claudia ronfa. Lì intorno ci sono Katy, Giulia, Manu, Silvia, Debora e Jessica, Vicky, Mary, Noemi, Mae e Ali…
Quando apre Spizzico, recupero Chiara e andiamo a fare colazione, incontrando anche la security. Aspetto che lei vada a prepararsi in bagno, e mentre è in coda assisto ad una delle conversazioni più ridicole della mia vita, che esordisce con un:
-Scusa, ma tu sei quella che è da tutte le parti?-
E tanto di risposta: -Sì!!-

Ancora una volta, la giornata passa a velocità di crociera.
Più che altro restiamo stravaccate al sole, su cappotti, coperte e cartoncini, con qualche sporadica gita in bagno (la scelta è fra quello chimico, con annessi e connessi, o quello di Spizzico, con coda è quasi più lunga di quella del concerto); assistiamo agli schiacciamenti delle ragazze più in fondo alla fila, al passaggio dei tourbus.
Ad una certa ora fa la sua comparsa il camioncino della Seven, ma fortunatamente questa volta siamo troppo distanti per venirne seriamente disturbate.
Corriamo incontro a Marta quando arriva, la stritoliamo, ci facciamo raccontare tutto mentre mangiamo un gelato ai tavolini in piedi di Spizzico, guardiamo le foto, ridiamo, ci esaltiamo. La sorpresa finale è una foto firmata, per me. Che custodisco gelosamente.
Dopo aver posato delle cose in macchina, passiamo in cancello con guardia e torniamo a posto.
Nella giornata incontro anche Mila e Nanni, Anna e Ale.
Decido di dare il via alla sessione restauro, e da lì parte una serie di richieste che mi farà trascorrere un po’ di minuti altrimenti noiosi… Claudia, un paio di ragazzine della transenna di fronte. Poi è la volta dei cartelloni.

Il sole inizia la sua discesa, il turchese del cielo sbiadisce, compare qualche nuvoletta, sale il freddo. Ci sediamo, ci facciamo sempre più vicine. E sempre più vicina si fa l’ora dell’apertura, ma con una lentezza esasperante, insostenibile.
Io, Claudia, Manu, Katy e Silvia siamo in testa al secondo imbocco.
Sto malissimo, ho un mal di pancia tremendo, mi tremano le gambe e  vorrei solo essere già sotto al palco, in prima fila, al mio posto, attaccata alla transenna.
Quelle rampe di scale sono una maledizione. So già che non riuscirò a farle tutte di corsa, so che resterò indietro, so che sono un bradipo. Ripeto fino allo sfinimento, sia a Clau che a Chiara, dall’altra parte, di allargarsi e tenermi il posto.
E’ il panico totale. Davvero, penso di non essere mai stata più agitata prima di un ingresso.
Hulk Hogan e gli altri omini ridono e scherzano allegramente fra di loro, io vorrei prendere a pugni qualcosa dal nervoso.
Quando si alzano tutti in piedi, mi sento anche peggio.
Io e Manu siamo davanti, non so che porta prendere, resto nell’indecisione fino all’ultimo e infine opto per quella di destra, dove sarei in assoluto la prima. Piano piano, io e Manu ci facciamo avanti, cerchiamo di metterci in linea con quelle alle altre porte, anche se l’omino dice di stare indietro.
Quando arriva la polizia e un gruppo ulteriore di steward, sappiamo che sta per succedere.

Dio, mi si raggomitola l’intestino ancora adesso, a scriverlo.

Pensi che in quel momento sverrai o impazzirai, ma quando l’omone della sicurezza ti dice: “Vai” ,con l’espressione più tranquilla e indifferente del mondo, perdi ogni riferimento.

Vado.

Non correte, non spingete, non urlate, solita solfa.
Cammino fino all’omino che mi strappa il biglietto, poi corro.
Sì, dovevano esserci persone che frenavano la corsa sulle scale. Ci, doveva esserci un ingresso scaglionato. Ma figuriamoci.
Corro più che posso, ma le scale mi fregano subito. Non sono neanche a metà della prima rampa quando inizio a vedere gente che mi sfreccia di fianco da ogni lato.
Passa Chiara, un secondo dopo Claudia, vedo delle gambe chilometriche che in mezzo secondo fanno i dodici scalini che io finirò di salire venti minuti dopo.
Chiara, ti sono dietro!” urla.
E io le urlo di tenermi il posto, un’altra volta.
Una scalata epica. Una corsa epica. A raccontarlo fa ridere a crepapelle, ma è molto, molto serio nel momento in cui succede!
La gente vola, fa cento gradini per volta. Io alla terza, forse quarta rampa inizio a camminare.
Ho già raggiunto il mio ridicolissimo limite.
Davanti c’è Clari che arranca come me, mentre la gente schizza ovunque. Raggiungo la cima, i gradoni da scendere sono meno peggio di quello che pensavo. Li faccio piano, bloccando chi c’è dietro. E una volta nel parterre, corro fino al nostro posto, pregando che siano riuscite a tenermi un buco.

Quello che mi trovo davanti sono Chiara e Claudia protese in maniera innaturale con tutti gli arti del corpo, forse anche qualcuno di troppo O.o
Hanno facce che gridano aiuto, e voci che chiamano Alice! Erika! E non so chi altri.
Mi intoppo in una tizia che non sa bene cosa stia facendo lì, poi prendo il mio posto di fianco a Chiara. Sono attimi prima che arrivino anche Maela, Mary, Erika, Ali.
Riusciamo a stare tutte vicine, qualcuna in prima, qualcuna in seconda fila.

Ci siamo! E’ fatta!
E mi viene ancora da piangere al pensiero!
Non so quante volte ho detto grazie per quel posto tenuto, ma lo faccio ancora: grazie!!!
Ci facciamo foto, Chiara posta già tutto su Facebook perché è troppo esaltante. Dopo una settimana estenuante… per lei ancora di più.
Milano doveva essere nostra. Doveva.

L’attesa è abbastanza soffocante.
Come se l’arena non fosse abbastanza grande per contenere tutti, la gente si spinge in avanti, spingendo noi addosso alla transenne; una compressione del genere non la vedevo dal 2008.
Simpaticissima la tizia che si affianca ad Ali, e sul punto dello svenimento ci chiede:
-E’ normale se sento un liquido in bocca?-
…Per fortuna in bocca è rimasto.
C’ è qualcuno, una ragazzina con mamma al seguito, che riesce a farsi tirare fuori una volta, ritornare al suo posto, e farsi prelevare di nuovo.
Anch’io sento qualche leggero svarione farsi strada, non so se per le scale (nonostante la mia grandiosa performance) o se per i polmoni schiacciati. Ma me lo faccio passare.
Intanto, una voce fa ripetuti annunci sulla registrazione del dvd, e una telecamera attaccata ad un lunghissimo braccio riprende il delirio della folla, fra urla e cartelloni di ogni genere.
Per la prima volta, anche noi abbiamo dei cartelloni: uno è quello che io e Claudia abbiamo disegnato a casa mia, con i pennarelli della Giotto (fra l’altro cimelio di Lisbona), e dice “You are everything to us”. L’altro, realizzato in fila con Chiara, dice “You will never realize how happy you made us”.
A ripensarci, erano due frasi davvero semplici, niente di macchinoso, niente di artefatto; e anche graficamente, niente di ricercato. Eppure contenevano due verità, limpide e chiare. Quando ho rivisto alcune delle foto scattate dai fotografi nel sottopalco, mi sono resa conto che quelle due frasi messe vicine facevano un certo effetto. Parole semplici ma sincere fino all’osso, parole che dicono tutto, e lo dicono a chiare lettere.
Mi piace pensare che il nostro gruppetto, i nostri sorrisi e gli occhi imbambolati intorno a quelle frasi, fossero la cornice perfetta e la prova vivente di quello che c’era scritto.

L’omino volante ci saluta anche, questa volta.
Tutto simpatico ed estroverso, alza i pollici e fa sorrisi smaglianti.
Si vede che è anche lui è preso dall’esaltazione del momento.

E’ soverchiante.
Si cerca di dare e prendere tutto quello che si può, fino all’ultima goccia di energia.
Cerchi di assorbire tutto, ogni istante, ogni sguardo, ogni gesto, ogni nota; cerchi di berlo fino all’ultimo centilitro, assaporarne  il gusto, sentirlo scorrere giù per la gola e attraverso tutte le cellule del corpo.
E ti lasci travolgere dall’entusiasmo e dall’energia, lasciando in standby il cervello perché sia solo il cuore a dominare i muscoli.
Cantiamo dando fondo ad ogni riserva di voce, balliamo, incitiamo quei quattro crucchi nemmeno fossero la nazionale di calcio; e poi ci emozioniamo, ci paralizziamo incantate, gli occhi incollati come magneti su di loro, e poi scende qualche lacrima, poi ci guardiamo e ci stringiamo le mani…
Sei lì, e anche se non ci vuoi pensare, sai che è l’ultimo concerto che vedrai in questo tour… il penultimo di tutta la programmazione. E ti senti gonfia d’orgoglio, perché è nel tuo paese, nella tua città, e il pubblico è bollente, tanto bollente che è questa la data in cui hanno deciso di imprimere la tournée. E sei reduce da due mesi meravigliosi, avventure stupende, emozioni fortissime, e mentre guardi e ascolti e canti, tutto ti rimbomba nelle vene e si fa più presente e vivido che mai.
Le faccine di Bill, quegli sguardi intensi che sembravano così diretti verso di noi, il pubblico coinvolto, partecipe, bellissimo, un altro scroscio di applausi e quei “Grazie mille” e “We love you” che non potevano essere altro che sinceri.

All’ultima uscita, per il finale, ho realizzato che sarebbe stata l’ultima volta.
Fra i coriandoli rossi e neri, le note di quella canzone bellissima, le luci e gli ultimi scoppi di grida, cantano quelle parole che più adeguate non potrebbero essere…
Che dicono che tutto questo non se ne andrà, ancora una volta resteranno immagini, suoni, sensazioni, come granelli di una sottilissima sabbia di vetro lucente, che scorre nel sangue.
Ancora una volta, quei ricordi e quelle esperienze andranno a costituire una parte di te stessa.
Questi momenti, i giorni, le settimane, i mesi, il freddo e l’ansia, l’eccitazione e la commozione, la rabbia e la soddisfazione, le risate e le lacrime, occhi, voci, volti… tutto.
Tutto rimarrà.
Forever now.
Für immer jetzt.

E alla fine l’uovo, Tom’s left egg, si chiude, e tutto diventa buio.
Quando le luci si riaccendono, loro sono scomparsi, e l’astronave d’un tratto non è altro che un palco di ferro e ingranaggi, dove i tecnici stanno già smontando tutto.
Ci vuole qualche minuto a tutte per riprendersi… fra abbracci e lacrimucce.
Mentre ci avviamo all’uscita, raccolgo la solita manciata di coriandoli da terra.

Ancora un volta Spizzico è vittima dell’invasione.
Semidistrutte e strafelici ci sediamo ad un tavolo, parliamo, mangiamo.
Faccio notare a Claudia che c’è Johannes, mi trascina in una corsetta concitata fino a lui e gli chiede una foto, ma lui con un sorrisetto imbarazzato fa cenno di no con le mani.
Al che Claudia si volta, e con ogni sognanti mi dice:
-Com’è professionale..!!!-
Vediamo anche Ben uscire dalla stessa porta per cui siamo passate noi, e avvicinandoci alle finestre lo salutiamo e lui sorride, ridacchia e alza una mano.
Awwwwwww *____*

Poco dopo saliamo in macchina e partiamo. Siamo io, Chiara, Mary, Claudia e Erika, letteralmente sepolte dalle borse e tutte le varie attrezzature. Davvero, questa volta abbiamo rischiato di non starci!
Uscendo dal forum vediamo ancora sul retro i truck e i tourbus. Siamo tutte assonnate, sbagliamo strada due volte. Mi si chiudono le palpebre senza che nemmeno me ne accorga, ma cerco di resistere, restare sveglia e anche buttare fuori qualche frase di tanto in tanto, perché tutte le altre si sono addormentate e non voglio che Chiara si faccia prendere dal sonno mentre guida.
A non so che ora di notte arriviamo sotto casa mia.
Libero la macchina da tutta la mia mercanzia, saluto le altre, che il giorno dopo partiranno per Parigi… e salgo in casa.
E’ una sensazione stranissima quella di rientrare a casa a dormire, dopo un loro concerto.

Di solito sono in un hotel, o in un ostello. O in un ostello-barca.
Sono in una città straniera, rientro e ho intorno a me persone che hanno condiviso quella serata, con cui mettersi sul letto senza riuscire a prendere sonno, e continuare a parlare di ogni cosa accaduta. Di solito so che il giorno dopo dovrò alzarmi presto, fare la valigia – perché la sera non ho le forze – e andare a prendere un aereo.
Ora invece sono già in casa.
Tutti dormono, solo i gatti mi accolgono.
Salgo in cameretta con le mie borse stracolme, il sacco a pelo, il mio corredo-concerto che mi ha accompagnato per due giorni. In quello che sembrava un altro pianeta, ma in realtà era a solo mezz’ora da casa.

Qual è la conclusione perfetta per questa sfilza di papiri virtuali?
La sera prima del concerto di Milano, mi chiedevo cosa avrei pensato 24 ore dopo… e quando quelle ventiquattro ore sono passate, quando il concerto è finito e ci avviavamo a tornare a casa, quella domanda mi è tornata in mente.
E mi è sembrato che risalisse a secoli prima.
Due ore di concerto hanno la capacità di resettarti la mente, annullare il mondo esterno, catapultarti in una dimensione parallela dove non c’è passato o futuro, solo un presente fulgido e intenso, un presente che ha uno scorrere del tempo tutto suo, che ti cattura e che ha il potere di continuare a vivere dentro di te.
Ventiquattro ore dopo rispondevo alla mia stessa domanda con un sorriso.
E sì, è stato strano pensare che quelle settimane magiche e impegnative fossero arrivate ad una conclusione.
E’ ancora strano.
A volte mi sembra di essere qui ad aspettare il prendere il prossimo treno, il prossimo aereo, solo in attesa di mettersi le gambe in spalla e avventurarsi verso una nuova tappa. E rivederli.

Adesso fa caldo, fa un caldo insopportabile, io detesto il caldo. Devo starmene chiusa in camera con le tapparelle chiuse, se no il sole surriscalda l’ambiente, l’aria condizionata accesa e tutte le porte serrate, altrimenti non condizione niente.
Non ricordo se a Ginevra o Hamburg, in uno di quei momenti in cui ci stavamo lamentando del freddo barbino battendo i denti, avevo detto di incamerare quel freddo e tenerlo in serbo per quando avremmo iniziato a morire di caldo, soffocate dall’afa. I mesi estivi erano una prospettiva lontana. Faceva talmente freddo che era fisicamente impossibile pensare al caldo.
Ed ora eccoci. Magari se mi concentro, riuscirò a resuscitare un po’ dei brividi gelidi di quella notte a Rotterdam, o l’intorpidimento totale dopo una giornata passata all’aperto ad Amburgo, o quel senso di ibernazione a mani e piedi che stava per farmi impazzire, a Stoccolma.
Quante ne abbiamo passate.
Quante ne abbiamo vissute.
E’ tutto scolpito in profondità nel mio cuore.
L’unica conclusione, per mettere un punto a tutto questo sproloquio che va avanti da settimane, non può che essere, ancora una volta, questo: grazie.
Grazie in primis a loro quattro, per essere entrati nella mia vita, per essere diventati la mia vita. Perché ogni volta che passo una bella esperienza a loro legata, non posso che fermarmi un secondo, e contemplare dall’esterno tutto quello che mi hanno dato. Il modo silenzioso e discreto in cui si sono insinuati in una vita che non era più vita, e l’hanno fatta sbocciare.
Grazie a tutte le persone che hanno reso tutto questo speciale… questa volta è stato ancora più bello. Perché eravamo di più, più affiatate, più unite, con più follie e situazioni condivise alle spalle… grazie di esserci, siete la mia seconda famiglia, mi sento fortunata ad avervi intorno.
Spero che ci saranno ancora centinaia di occasioni da vivere insieme, con grinta e passione.

Humanoid City Tour è un altro tatuaggio nell’anima.
Sono enormemente grata per averlo vissuto, così…

Vorrei tanto che tutto questo continuasse così, meravigliosamente, per sempre.
Che questo sia stato un capitolo di una storia che ne avrà ancora molti, moltissimi altri… e, incrociando le dita, sperando di cuore che sarà così, vorrei concludere come due anni fa con un:

To be continued…

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