31 Marzo, dal binario più sperduto della stazione centrale, di
prima mattina, parte il treno per Ginevra. Un Cisalpino… pulito, silenzioso,
ordinato proprio come la Svizzera.
Io, Marta a Chiara passiamo il viaggio a spettegolare – sì,
soprattutto di quel casino.
E lo scrivo per auto-ricordarmelo.
Arrivate in stazione a Ginevra, saliamo su un treno locale
che in dieci minuti ci porta alla stazione collegata all’aeroporto; dopo un
viavai fra parcheggi sotterranei e esterni, capiamo dove si trova l’arena, e
anche il piccolo accampamento di tende di cui ci aveva già avvisate Katy.
Nel migliore stile barbone mai visto, si trova sotto un
ponte.
Con qualche difficoltà linguistica (loro, non nostra) capiamo che ci sono due liste, una gestita da due
mezze ubriacone che hanno allestito la loro tenda con foto di sé stesse e motti
terrorizzanti quali “Kim is dangerous”
, l’altra abbandonata nelle mani di una sostituta temporanea che non sa nemmeno
di cosa si tratti, e tiene il posto alla sua amica che è a Zurigo.
Comodo.
Ci segnamo in tutte e due, poi Chiara riceve una chiamata
dal sito di prenotazioni: c’è stato qualche intoppo, niente di grave, ma ci
fiondiamo comunque a prendere un taxi per raggiungere l'hotel.
Scoperta del giorno: è in Francia.
E da lì in poi sarà un viavai continuo attraverso la dogana
di confine.
Dopo esserci sistemate, ovvero dopo che Chiara ha messo a
posto e nell’armadio tutte le cose mie e di Marta, le ritiriamo fuori e
prendiamo l’auto dell’hotel per tornare in aeroporto-stazione-arena.
Incontriamo Giulia, poi Katy, Manu e Pua, e con loro andiamo
ad informarci dalle autoctone… la cui “simpatia e amabilità” si palesano
subito. Sono già riuscite a fare macello con numeri e liste, continuano a
cambiare idea sul fatto di poter tenere posti, non si decidono sugli orari… e
alla fine sembrano mettersi d’accordo sul fatto che essendo ancora poche, per
quella giornata siamo libere. Dovremo solo ripresentarci la mattina dopo per il primo appello, poi la sera e
infine restare lì a dormire.
Categorico.
Categorico.
Quindi passiamo il resto del pomeriggio alla pizzeria
“Vela”, a pranzare, ridere e rubare grissini. Quando arriva Ale prolunghiamo
ulteriormente la seduta aspettando che anche lei mangi e spettegolando su mezzo
mondo.
Una spesa veloce e, non troppo tardi, in taxi, rientriamo in
hotel.
Fra docce e gite al bagno più o meno odorose, fra In-Your-Shadow-I-Can-Shine e Into-The-World-Of-Our-Cocoon intonate
con enfasi e trasporto spaventosi (e inascoltabili), crolliamo tutte
addormentate.
Io e Marta sul letto spezzato in due, non si sa perché.
Dopo l’appello mattutino, ci riuniamo tutte all’internet café per la nostra dose telematica quotidiana, o il rischio potrebbe farsi serio.
Dopo l’appello mattutino, ci riuniamo tutte all’internet café per la nostra dose telematica quotidiana, o il rischio potrebbe farsi serio.
Mangiamo davanti a PC e iPhone, ed è forse proprio in quel
momento che è arrivata la notizia: il DVD sarebbe stato registrato a Milano.
Ora sembra strano dirlo… già.
E’ stata una notizia emozionante, esaltante, che ci faceva
gongolare e ci riempiva d’orgoglio. Era strano, era nuovo. Bellissimo. Lo è
ancora. Da quel momento non abbiamo smesso per un secondo di parlare di Milano…
Milano, che ancora non c’era stato. Che ancora non sapevamo come sarebbe
andato.
La giornata prosegue lì, nel centro commerciale, e
rientriamo in hotel solo per prepararci e poi tornare all’appello delle otto.
Arriva Ele, alcuni simpatici personaggi dal Belgio iniziano a fare storie. Alla
fine montiamo la tenda, mettendoci dieci cervelli e venti mani, e quando è ora
ci infiliamo dentro e cerchiamo di dormire.
Siamo in quattro: io, Marta, Chiara e Ale. Una per angolo,
arricciate e contorte come i migliori lombrichi. Almeno questa volta mi sono
fatta furba, ho un asciugamano sotto il sacco a pelo e il fatto di essere in
quattro e al chiuso non mi fa sentire più di tanto freddo.
Il quarto d’ora di tradizionali confessioni notturne ci
porta più o meno dolcemente al sonno. Ma non è che duri molto.
Ma per fortuna, come a Lione, non sono l’unica insonne…
-Ali.-
-Eh?-
-Andiamo a fare un giro?-
-Che ore sono?-
-Le due.-
-Ok.-
E così scopriamo che anche Ale, Manu e Katy stanno vagando
nella notte.
Restiamo un po’ sedute sui gradini, poi io e Marta
camminiamo verso l’aeroporto, al freddo, sperando che sia aperto… ma ci
sbagliamo. C’è gente dentro a dormire, ma le porte automatiche sono bloccate.
Non ci resta che tornare indietro e continuare ad aspettare, finchè non arriva
l’alba, il cielo si rischiara sulle montagne e la luce grigio-azzurra del primo
mattino bagna il piccolo accampamento di tende, affacciato sulle piste degli
aerei.
Colazione a starbucks, appello, e di corsa in hotel a
dormire, dormire davvero e profondamente, anche se su un letto scassato. Quando
ci risvegliamo tutte, verso le tre o le quattro, usciamo per vedere se c’è
qualcosa di edibile al Lidl o in una sottospecie di negozio alimentari indiano.
Ma io e Chiara decidiamo che è meglio dare fondo alle ultime scorte rimaste in
stanza.
All’ora X ritorniamo all’accampamento, attrezzate a dovere.
La tenda ha pensato bene di volare via, dobbiamo rimontarla
e bloccarla con bottiglie d’acqua.
Ci dividiamo fra il solito café e Burger King a cenare, per
poi riunirci all’ultimo, fatidico appello. Urla, indecisioni, gente che si
lamenta.
Transenne inesistenti.
Avremmo dovuto capire che non buttava bene.
Un’altra notte quasi insonne, un’altra passeggiata notturna
fino all’aeroporto, ma questa volta qualcuno dall’interno ci fa apre la porta
automatica: siamo dentro, al caldo. Avvertiamo Chiara e le altre, ci ritroviamo
sdraiate sul pianerottolo appena sopra le scale e incastrate come un tetris per
tenerci più caldo.
Alle cinque torniamo al campo per smontare la tenda e
infilare quello che non serve nelle cassette di sicurezza, funzionanti
esclusiamente con franchi svizzeri.
Non appena scatta l’orario di apertura dei bar, ci avviamo
come zombie affamati a Starbucks.
Mai errore fu più erroneo.
Mentre noi ce ne stiamo tranquillamente spalmate sulle
poltrone a sorseggiare caffè bollente e ingollare dolciumi vari,
all’accampamento si stanno già muovendo.
Poco conta che non sarebbe dovuto succedere niente prima
delle 8, e sono le sette.
Poco conta che avrebbe dovuto esserci una lista.
Poco conta che non ci sia nessuna serpentina di transenne.
Troviamo una specie di recinto umano dove tutti sono seduti
alla rinfusa, senza mezzo centimetro di spazio libero. Si litiga con chiunque,
dalla in utilissime organizzatrici alle francesi, alle svizzere, alle belghe.
C’è anche chi suppone di non averci mai visto.
Tralascerei questa parte spinosa, perché mi viene
l’esaurimento nervoso soltanto a ripensarci. Ma d’altronde cosa ci si dovrebbe
aspettare dagli abitanti di un pauese di cui metà del resto del mondo si
dimentica l’esistenza? Un paese dove ci sono più mucche che esseri umani. Con
talmente tanta personalità da non avere nemmeno una lingua propria. Saranno dei
frustrati innati. Ahah.
Per di più in una città al confine con la Francia… di male
in peggio. Ho sempre amato la Francia e il francese, ma giuro che da quel
giorno a Ginevra potrei sparare a vista a chiunque osi usare una erre moscia a
meno di un chilometro da me. E non so quando mi passerà. -_-
Ma a parte questo sfogo razzista…
Alla fine in qualche maniera ci sistemiamo… io, Marta, Katy
e Chiara restiamo ad un ingresso, appena dietro la cricca della belga-strega.
Ele, Giulia e Manu vanno ad un altro, dove certe francesi che avevano
conosciuto a Torino le fanno passare.
Ad ogni modo, si scoprì in seguito che queste menti eccelse
delle svizzere intendono i numeri solo come lasciapassare per il recinto umano:
se poi sei l’1 o il 150, poco importa.
La giornata più lenta di tutto il tour: cielo grigio,
pioggerella che va e viene, rifiuti e lattine rovesciate un po’ ovunque. Il tempo non sembra passare mai, la
botta di vita è una gita al supermercato per comprare da mangiare.
Ci riduciamo a fare ancora il gioco dell’iPod per ammazzare
il tempo.
Chiara ripassa le canzoni suscitando l’ilarità di una
ragazzina sdraiata lì di fronte.
Intanto la folla, arrivata la mattina stessa e durante la
giornata, si accalca a tutti i lati del recinto, spingendo sempre di più… e ad
un certo punto, decisamente troppo presto, la sicurezza ci fa alzare tutti in
piedi.
Due ore stipati come sardine, fra spintoni e svizzeri (o
francesi?) truzzi che pensano di fare i simpatici. Piove, naturalmente.
Quando un gruppo di persone si fa vedere entrare
anticipatamente, si scatena l’inferno.
Davvero, ora so cosa si prova ad essere dentro un tornado:
non riuscire a controllare i propri movimenti perché c’è una forza superiore
che ti trascina.
Non ricordo nemmeno come, quando, perché, cosa sia successo;
so che entriamo dentro separate, comunque fra la prima cinquantina di persone:
ma magicamente l’intera prima fila è già occupata. Vago ovunque chiamando le
altre, non mi risponde nessuno. Proprio mentre sto per andarmene allo stesso
posto di Torino, sento Chiara che mi chiama dalla seconda fila, in centro a
quella che una volta era la pedana.
La raggiungo, poi mi allontano un attimo ancora perché sono
dannatamente indecisa. Nel frattempo sbuca Giulia, che mi dice di raggiungerla
dalla parte di Tom; e intanto Chiara mi grida di tornare indietro, di stare lì.
Ritorno, e non so dire quanto fossi delusa e amareggiata per com’era andata.
Dovevamo stare tutte in prima fila, e dove ci pareva. Dovevamo poterci mettere
gli ombrelloni e le sdraio, in prima fila.
Poteva andare peggio, certo, per quello non mi lamento: ma sarebbe
dovuta andare decisamente meglio.
Abbiamo fatto tutta l’attesa a pregare che qualcuno
svenisse, stese male, vomitasse, qualsiasi cosa… ma nulla. L’unico angolo che
sembrava dare qualche problema era quello di Tom, ovviamente.
Io vedevo anche bene, per fortuna sono alta, o almeno abbastanza alta da superare le teste di molte bimbeminkia europee. Certo quello non era il mio punto preferito, però ok, la filosofia che adotto in questi casi è: poteva andare peggio. Non ti rovinare il concerto.
Io vedevo anche bene, per fortuna sono alta, o almeno abbastanza alta da superare le teste di molte bimbeminkia europee. Certo quello non era il mio punto preferito, però ok, la filosofia che adotto in questi casi è: poteva andare peggio. Non ti rovinare il concerto.
Un bambino alto un metro e una carota (o anche solo una
carota) spunta fuori dal nulla, mi si affianca e sventola le mani ad uno della
security per chiedergli:
-Scusi, non ci vedo, posso venire davanti?-
L’uomo, anche se svizzero, ha già capito tutto. Sorride e
risponde:
-Chiedi alle signorine qui davanti, se ti lasciano passare
puoi venire.-
Inutile dire che le signorine lì davanti non si sono nemmeno
voltate.
Non lo dico per ripicca, è un dato di fatto e chiunque può
confermarlo…
Sì, è stato un bel concerto, è ovvio! E’ sempre bello
vederli, sono sempre bravi, danno sempre il massimo in quello che fanno. E
stavamo bene là dov’eravamo, nessuno spingeva, non c’è stato da litigare con
una mosca. A parte qualche svenimento verso la fine., è stato tranquillo.
Continua a non essere il top come posizione, ma ho cercato
di tirarne fuori tutto il buono che ho potuto. x)
Però… non c’è stato niente di speciale. In ciascuna delle
altre date che ho fatto c’era stato qualcosa, una frase, un gesto, un pensiero,
qualcosa di unico rivolto solo e soltanto al pubblico di quella sera. Perché in
ognuno di quei concerti si era creato un rapporto intenso, un’interazione
speciale fra loro e noi, c’era stato qualcosa che li aveva stupiti, che li
aveva toccati, e in una forma o nell’altra c’erano stati dei gesti dedicati a
quel pubblico.
A Ginevra no.
E non mi sorprende, perché il pubblico era moscio (devo
dirlo…? Sì. Svizzeri..!)
Non c’è stato niente di unico. Solo le solite frasi di
introduzione delle canzoni, i saluti standard, basta.
Overall: bravi,
perché sono sempre bravi. Bello, perché è sempre bello. Ma niente di più.
Alla fine ci troviamo con Ale, che avevamo perso. E
scopriamo con piacere che ha ascoltato il soundcheck. Prendiamo qualcosa da
bere e ci ritroviamo con le altre dentro al centro commerciale, buttandoci a
terra come le migliori barbone.
Dopo aver recuperato l’armamentario da campeggio nelle
cassette di sicurezza, ci dividiamo in due taxi e torniamo in albergo, per una
dormita decente.
Il treno è la mattina presto, e fuori il cielo è ancora
uggioso, ma affascinante sopra il lago.
Scendo con Chiara a Gallarate, e arrivata a Legnano devo
scarpinare fino a casa con la valigia appresso e la pioggia che infradicia i
vestiti.
Perché, naturalmente, l’ombrello è stato brutalmente
abbandonato fuori dall’arena.
E’ la fine annunciata degli ombrelli da concerto.
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