domenica 27 giugno 2010

A Humanoid Tale. Chapter6


Non mi sono dimenticata delle altre quattro date, e nemmeno ho deciso di rinunciare a raccontarle.
Oggi è il 28 giugno, e sono già passati quattro mesi dal concerto di Hamburg… e forse è anche stupido intristirsi, perché se uno continua a sentirlo così vivo e vicino, contare il tempo non è poi tanto importante. Però dire ad alta voce quel numero, o scriverlo, fa comunque uno strano effetto.
Forse è il caso che io diventi più sbrigativa, questo sì.

Per Torino a Padova abbiamo deciso tutto di corsa, il giorno prima, fra mille telefonate.
Mi ricordo che Chiara era a mangiarsi un panino in stanza a Padova, mentre le telefonavo per aggiornarla sugli spostamenti. Ed Ele, a Torino, stava traslocando le fan in transenna.

Partiamo la mattina del 25, Marta passa in macchina da casa mia e, dopo una sosta benzina, imbocchiamo l'autostrada verso Torino sotto un cielo grigiastro e poco promettente.
Programmi sintetici: andare sia lì che a Padova. Organizzazione scarsa: non sappiamo come nè dove dormiremo.
Una volta in città, la prima tappa è all'hotel Golden Palace. Trovato posteggio, litighiamo con la macchinetta incomprensibile e raggiungiamo l'hotel, già picchettato da fan non troppo in borghese.
Aspettiamo fra le pozzanghere, un tizio ci fa un'intervista per qualche giornale locale, aspettiamo ancora, vediamo uscire e rientrare Gordon con il cane.
Poi qualcosa si smuove e cambiamo postazione, proprio davanti alla porta.
Arriva uno dei tourbus, e con manovre mirabolanti riesce a sistemarsi nella stradina laterale. I facchini dell'hotel iniziano a portare montagne di valigie e borse, sapientemente guidati dalle istruzioni della security crucca, ormai nota: Stuttgart, il Pelato, Johannes, il bassino…
Si vede passare di tutto e di più: da chitarre, alle valigie di Tom intelligentemente catalogate con etichette ("scarpe", "magliette", "pantaloni"…), alle innumerevoli calzature di Bill ammassate in un sacchetto di plastica trasparente. E fa una certa impressione vedere quelle scarpe nere e bianche, viste in tante foto, buttate alla rinfusa in un sacco che sembra quello dell'umido. Ma la parte forse più divertente è Gordon che si occupa del set da viaggio dei cani: cucce, cuscini. ciotole, croccantini e quant'altro.
Dunque assistiamo, appassionate da scarpe e valigie come solo noi possiamo essere, all’allegro viavai del guardaroba crucco e alle sagge direttive di Stuttgart.
Alla sua ennesima uscita dalla porta a vetri, quando per l’ennesima volta si gira verso l’interno facendo cenni, mi aspetto di vedere uscire l’ennesimo facchino in giacca cremisi con l’ennesimo carrello carico di roba.
Ma ecco cosa registra la mia mente: mantella – pelle bianca – viso perfetto.
Qualche secondo per mettere a fuoco, mandare l’impulso al cervello  per dirgli che quello lì non è un facchino, è Bill Kaulitz, e mi rendo conto che davanti c’è anche Tom, e davanti a Tom, al guinzaglio, c’è anche il cagnolino. Come al solito Georg e Gustav li vedo di striscio.
Fanno la loro passerella, le fan sono tranquille, ma per qualche motivo egli sente il bisogno di mettere le mani sulle spalle di suo fratello come per farlo sbrigare, che qualcuno sta per assalirlo. Un altro di quei piccoli gesti che mi riempie di tristezza e di domande…
Salgono sul tourbus, che ancora una volta è costretto a manovre magistrali per districarsi dalle viuzze.
Ha cominciato a piovigginare, e noi dobbiamo tornare alla macchina. Ci ritroviamo a correre accanto al bus come due sceme, non per inseguirli ma perché piove, e il parcheggio è da quella parte!
Impostiamo la strada sul il navigatore, Marta insiste per sapere il numero civico (come se un palazzetto non si vedesse, da lontano), ma alla fine il misterioso Palatorino si materializza, grigio sotto il cielo grigio. E nello stesso istante succede IL Fatto. Siamo ferme all’incrocio, pronte per girare.
E di fronte…?
-Marta… ma ci sono i tourbus!-
E la domanda di perché siano arrivati dalla parte opposta rimane, così come rimane l’orgoglio di averi anticipati di cinque secondi!
E vogliamo parlare della soddisfazione di affiancarne e superarne uno?? Facendo ciao ciao dal finestrino perché il neurone non riesce a partorire nulla di meglio, fra una risata e l’altra?!
Momento storico.
Posteggiamo e facciamo in tempo ad assistere all’ingresso dei pullman, con tanto di rissa fra uno della security e un paninaro buzzurro. Con coltelli a quanto pare. Per fortuna una ragazzina ci blocca.

Fatto il giro, superati bagarini, venditori di cuscini e fascette tarocche con scritte in viola lucido, bancarelle di merchandising falso con date del tour mischiate, baracchini di panini e schifezze fritte puzzolenti, troviamo la testa della coda, dove naturalmente è riunita tutta la cricca, sotto teloni anti-pioggia.
Saluti, baci, abbracci, chiacchiere, il pomeriggio passa così, poi con Erica, Marta, Nanni, Ele, Gigio, Irene, Angela che va a sentire il soundcheck ed esce con cuori e stelle negli occhi…
Ed è proprio lì, a Torino, che avviene il primo incontro con lui. Così indimenticabile, un fido compagno… come non menzionarlo?
Il camioncino Seven.
Oh sì. Un nome, una storia.

Torniamo in macchina a mangiare qualcosa e a controllare quel maledetto contest, augurando tutti i mali del mondo alla solita utente che imbroglia e non viene ripresa.
Alle sei Erica ci fa uno squillo per dirci che hanno aperto, e ci mettiamo in fila. Scorre veloce, entriamo con tranquillità e troviamo una sala quasi vuota; incontriamo Manu e Katy, appena uscite dal meet, e con loro ci infiliamo lateralmente, in una seconda fila che, questa volta più che mai, è pari ad una prima. Dato che davanti ci sono bambine di dieci anni che a volte scambio per la transenna.
Come prima data italiana, essendo la sala semivuota, pensavo sarebbe stato deprimente.
Invece, da bravi italiani, siamo riusciti a fare un gran casino anche in pochi.
Ed è stato uno dei concerti in cui mi sono sgolata di più, non so perché.
Forse perché risentire quei krazie mileh in un concerto, a distanza di due anni, ripetuti e ripetuti da entrambi i gemelli, è stato più esaltante del previsto. Perché puoi farti concerti meravigliosi all’estero, restare incantata e innamorata; ma quando sono loro a venire da te, a fare un concerto per il tuo paese, e dirti quelle due parole nella tua lingua… e se poi il tuo paese riesce a dare tanto calore… non puoi che sentire quel pizzico di orgoglio brulicare nelle vene. E’ speciale.
E poi, per dirla tutta, quella posizione era ottima. Usando un linguaggio tecnico, specifico degli addetti ai lavori, il mio secondo posto preferito dopo l’angolino Manzo, in questo tour.
Avere loro due lì sopra, insieme, che guardano giù, tutte quelle volte.
Non c’è bisogno di spiegare, credo…
E lo scroscio di applausi su Zoom, che all’inizio non capivo nemmeno cosa fosse, che sembrava infattibile… iniziato piano e poi cresciuto. Come il suono delle onde che si infrangono sulla battigia. Splendido.

Con Forever Now spariscono nel buio, e non nell’uovo perché a Torino l’uovo non si chiudeva.
Recuperiamo gli zaini sugli spalti da Erica, facciamo qualche foto con lei, Gigio ed Ele e ci avviamo alla macchina.
Problema: dove dormiamo?
Dopo tremila ipotesi, optiamo per fermarci in qualche autogrill a riposare, poi riprendere per Padova. Ma riemerge la proposta che Marta aveva fatto prima del concerto, perché siamo davvero tutte e due troppo stanche… quindi all’autogrill ci fermiamo solo perché io ho fame e arraffo un muffin al volo, poi torniamo a Lissone (il posto dove rubano i tombini) e dormiamo da Marta.
Colgo l’occasione per dire che quel divano è comodissimo! *w*

La mattina, dopo colazione e la quotidiana controllatina al contest, e forse anche di mail iraconda alla Seven, partiamo.
La strada verso Padova è lunga, si passa dal freddo al caldo come se niente fosse, ma la trascorriamo bene ripassando con voci melodiche tutto Humanoid tedesco, inglese e tutte le altre lingue possibili. Qualche intoppo per trovare il Palafabris, ma alla fine ce la facciamo, il grande parallelepipedo nero è lì.
Anche qui, dobbiamo raggiungere la cima della coda per trovare il resto della ciurma: sepolte fra sacchi a pelo, coperte, zaini, borse di cibo. E’ strano essere fuori da quel piccolo mondo.
E anche stavolta, le ore trascorrono lente, con le stonatissime voci dei performer Seven e il loro inglese improbabile; caffè che non arrivano, piadine con troppo prosciutto, esseri che si atteggiano a leader del fandom facendo appelli dal microfono e aggirandosi in abbigliamenti, per usare un eufemismo, poco consoni.
Facciamo anche un giro sul retro, poi ci uniamo a Circe sul lato opposto dell’ingresso, dove alcune ragazze aspettano di entrare per il soundcheck. E personalmente, la cosa è abbastanza deprimente visto che sono già incavolata nera per quel concorso cretino e vorrei bruciare il camioncino.
Ma così va.
Ci mettiamo in fila tardi e assistiamo alle ultime, emozionanti esibizioni, fra cui una versione italiana di Monsoon totalmente inascoltabile.
Marta decide di aspettare che arrivino le altre, io vado avanti perché non ce la faccio più a stare lì ferma; ma non è un gran successo, la fila si muove di un passo ogni quarto d’ora. Letteralmente.
Il lampione che prendo come punto di riferimento sembra non allontanarsi mai.
Eppure alla fine ce la facciamo, superano una barricata di security che incanala la gente sotto le proprie braccia.
Non capisco dove devo andare, seguo il flusso di gente e mi ritrovo sugli spalti a destra del palco: il palazzetto è già colmo. Si fa fatica a camminare, fa un caldo pazzesco e non c’è mezzo buco libero. Trovo Anna e Alessandra e mi siedo con loro, poi vedo Ele in prima fila e comunichiamo a distanza in qualche modo…
Mi dice che ha fatto firmare la foto di Stoccolma al meet.
…Mi scappa un urletto. Quella foto rappresenta così tante cose.
Poi sento un coro che chiama il mio nome, e vedo tutte le altre fra prima e seconda fila dal lato di Georg.
E’ già bellissimo.
Ci siamo quasi tutte, sparse ovunque, la sala è già strapiena e l’eccitazione pulsa nell’aria.
Non ci sono megaschermi e l’uovo è a metà, noi lo vediamo da lì. Riesco anche ad andare in bagno con Anna, sbircio nella parte visibile di backstage con tutti i macchinari.
Sento Marta e mi dice che sono degli spalti di fronte.
Non ci vuole molto a individuarle: si è creata una specie di piramide di fan, che punta verso un paio di sedili precisi, proprio nella fila più alta.
Abbiamo ospiti celebri. ;)
Provo ad avvicinarmi ma è impossibile, le saluto da lontano.

Quando tutto si spegne, è uno scoppio unanime.
E’ incredibile, e già devo sentire la pelle d’oca.
Perché è l’urlo più forte che abbia sentito finora. E centinaia di starlights colorati. E flash. E anche qualche trombetta da stadio.
E so già che sarà eccezionale.
Non posso stare là sopra ferma, devo muovermi. Scendo, e tutto il concerto lo passerò così: a marciare fra un lato e l’altro, fra il parterre e gli spalti dove c’è Anna, spostandomi ovunque, facendo lo slalom fra la gente. Non esiste che me ne resti ferma in quell’angolino in un concerto del genere.
Quando Bill ha inveito contro il proprietario e i pompieri, penso che l’abbia capito solo il 3% delle persone: ho iniziato a ridere come una scema, ma ero l’unica lì intorno!
E ad ogni modo, non penso che la mancanza dei fuochi o di mezzo uovo abbia fatto tanta differenza… era già tutto in fiamme.
L’entusiasmo, i cori, l’interazione, le voci forti, le lucine… tutto permeava calore, tutto bruciava, era come un grande organismo che inspirava ed espirava passione. E’ stato esplosivo.
Eravamo un tutt’uno.
E, anche se mi dispiace non aver potuto essere in prima fila - la prima fila è sempre la cosa migliore - è stato significativo viverla così come l’ho vissuta. Nel complesso.
Muovendosi, seguendola, tuffandocisi dentro.
Mi sono resa conto della totalità. Del concerto non solo sul palco e non solo in prima fila, ma dal palco al parterre, dalla prima all’ultima persona del parterre, dalla prima all’ultima fila degli spalti, di quell’enorme organismo vivente che si auto nutre, auto sostenta, che si dà energia e dove tutte le piccole celluline sono interdipendenti. E la vita c’è grazie ad ognuna di esse.
La folla che si trasforma a seconda della canzone. E prima intona un coro dolce per Phantomrider, ondeggia, i flash sono come stelle nella notte blu… pochi minuti dopo si scatena per Screamin’, la vedi saltare, le asticelle luminose si alzano e abbassano a ritmo sostenuto.
E’ su Zoom che ho trovato la postazione perfetta per il finale.
Un palchetto rialzato per gli handicappati, recintato intorno. C’erano già cinque o sei persone abbarbicate sulle transenne, e ho fatto come loro.
Da brivido.
Da lì vedi tutto come lo vedono loro. Sei al di sopra della gente, affacciato su una distesa di teste, e poco più avanti, più o meno alla tua altezza in linea d’aria, loro sul palco.

Quell’isoletta.
Da dove ho ascoltato Zoom, gli applausi, il suo “Thank you so much” nel bel mezzo della canzone, uscito dal cuore… con il piano, e il fumo, e quel fascio di luce bianca. Era come stare in un teatro.
E poi tutta l’energia finale per Monsoon e Forever Now.
Alzarsi in piedi sulle transenne, e avere l’impressione di volare al di sopra di tutti quanti, mente i coriandoli esplodono in aria e loro suonano le ultime note in cima alla passerella.
Non lo dimenticherò mai.

All’uscita ci riuniamo (al cartello di Mengoni), ci abbracciamo, una Pera riccia mi scoppia in lacrime sulla spalla…
Fra ricordi di quello che è successo solo dieci minuti prima, commozione e stato catatonico post-concerto, ci mettiamo ore prima di riuscire a salutarci tutte come si deve e avviarci verso gli hotel. Nella nebbia.
L’AC è un signor hotel.
La camera è una signora camera.
Ceniamo a base di Michetti di Clau, Kinder Pinguì e Coca-Cola del frigo bar.
E facciamo fatica a metterci a dormire, perché c’è bisogno di parlarne, parlarne, parlarne. Come sempre…

La colazione della mattina è rigenerante.
Incontriamo anche lo staff della security, con cui Chiara fa prontamente amicizia.
Ma basta una chiamata sospetta di Bea per metterci lo sprint, prepararci in dieci secondi e fiondarci al B4, dove dovrebbero essere. In realtà è un’attesa a vuoto, Viky ci dice che probabilmente sono ad Abano.
E così torniamo indietro, riempiamo zaini e trolley, prendiamo un taxi e alla stazione troviamo tutte le emigrate che rientrano.
Io, Chiara, Ele, Bea e Giulia prendiamo lo stesso treno, e da Milano scrocco il mio solito passaggio verso Legnano Beach.

Due giorni strani, intensissimi, pieni.
Una specie di on the road, stancante e divertentissimo.
Essere tutte, davvero tutte.
E, sì, la consapevolezza di avere lasciato qualcosa di molto bello a quei crucchi.
E viceversa.
…a quando la prossima?

3 commenti:

  1. *.* divino *.*
    evito di citare pezzo per pezzo che mi ritroverei a fare copia e incolla di mezzo resoconto *_*

    vedi che aspettiamo il resoconto di Milano adesso v.v'

    <3

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  2. e finalmente l'ho letto!=°)
    è bello poter dire che in queste date c'ero anche io *_*
    Torino..Padova..e chi se le dimentica ♥

    "E, sì, la consapevolezza di avere lasciato qualcosa di molto bello a quei crucchi.
    E viceversa."...eh..=°)

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