Non mi
sono dimenticata delle altre quattro date, e nemmeno ho deciso di rinunciare a raccontarle.
Oggi è il
28 giugno, e sono già passati quattro mesi dal concerto di Hamburg… e forse è
anche stupido intristirsi, perché se uno continua a sentirlo così vivo e
vicino, contare il tempo non è poi tanto importante. Però dire ad alta voce
quel numero, o scriverlo, fa comunque uno strano effetto.
Forse è
il caso che io diventi più sbrigativa, questo sì.
Per
Torino a Padova abbiamo deciso tutto di corsa, il giorno prima, fra mille
telefonate.
Mi
ricordo che Chiara era a mangiarsi un panino in stanza a Padova, mentre le
telefonavo per aggiornarla sugli spostamenti. Ed Ele, a Torino, stava
traslocando le fan in transenna.
Partiamo
la mattina del 25, Marta passa in macchina da casa mia e, dopo una sosta
benzina, imbocchiamo l'autostrada verso Torino sotto un cielo grigiastro e poco
promettente.
Programmi
sintetici: andare sia lì che a Padova. Organizzazione scarsa: non sappiamo come
nè dove dormiremo.
Una volta
in città, la prima tappa è all'hotel Golden Palace. Trovato posteggio,
litighiamo con la macchinetta incomprensibile e raggiungiamo l'hotel, già picchettato
da fan non troppo in borghese.
Aspettiamo
fra le pozzanghere, un tizio ci fa un'intervista per qualche giornale locale,
aspettiamo ancora, vediamo uscire e rientrare Gordon con il cane.
Poi
qualcosa si smuove e cambiamo postazione, proprio davanti alla porta.
Arriva uno dei tourbus, e con manovre
mirabolanti riesce a sistemarsi nella stradina laterale. I facchini dell'hotel
iniziano a portare montagne di valigie e borse, sapientemente guidati dalle
istruzioni della security crucca, ormai nota: Stuttgart, il Pelato, Johannes,
il bassino…
Si vede passare di tutto e di più: da
chitarre, alle valigie di Tom intelligentemente catalogate con etichette
("scarpe", "magliette", "pantaloni"…), alle
innumerevoli calzature di Bill ammassate in un sacchetto di plastica
trasparente. E fa una certa impressione vedere quelle scarpe nere e bianche,
viste in tante foto, buttate alla rinfusa in un sacco che sembra quello
dell'umido. Ma la parte forse più divertente è Gordon che si occupa del set da
viaggio dei cani: cucce, cuscini. ciotole, croccantini e quant'altro.
Dunque assistiamo, appassionate da scarpe e valigie come solo noi possiamo essere, all’allegro viavai del guardaroba crucco e alle sagge direttive di Stuttgart.
Alla sua ennesima uscita dalla porta a vetri, quando per l’ennesima volta si gira verso l’interno facendo cenni, mi aspetto di vedere uscire l’ennesimo facchino in giacca cremisi con l’ennesimo carrello carico di roba.
Ma ecco cosa registra la mia mente: mantella – pelle bianca – viso perfetto.
Qualche secondo per mettere a fuoco, mandare l’impulso al cervello per dirgli che quello lì non è un facchino, è Bill Kaulitz, e mi rendo conto che davanti c’è anche Tom, e davanti a Tom, al guinzaglio, c’è anche il cagnolino. Come al solito Georg e Gustav li vedo di striscio.
Dunque assistiamo, appassionate da scarpe e valigie come solo noi possiamo essere, all’allegro viavai del guardaroba crucco e alle sagge direttive di Stuttgart.
Alla sua ennesima uscita dalla porta a vetri, quando per l’ennesima volta si gira verso l’interno facendo cenni, mi aspetto di vedere uscire l’ennesimo facchino in giacca cremisi con l’ennesimo carrello carico di roba.
Ma ecco cosa registra la mia mente: mantella – pelle bianca – viso perfetto.
Qualche secondo per mettere a fuoco, mandare l’impulso al cervello per dirgli che quello lì non è un facchino, è Bill Kaulitz, e mi rendo conto che davanti c’è anche Tom, e davanti a Tom, al guinzaglio, c’è anche il cagnolino. Come al solito Georg e Gustav li vedo di striscio.
Fanno la loro passerella, le fan sono
tranquille, ma per qualche motivo egli
sente il bisogno di mettere le mani sulle spalle di suo fratello come per farlo
sbrigare, che qualcuno sta per assalirlo. Un altro di quei piccoli gesti che mi
riempie di tristezza e di domande…
Salgono sul tourbus, che ancora una volta è costretto a manovre magistrali per districarsi dalle viuzze.
Salgono sul tourbus, che ancora una volta è costretto a manovre magistrali per districarsi dalle viuzze.
Ha cominciato a piovigginare, e noi
dobbiamo tornare alla macchina. Ci ritroviamo a correre accanto al bus come due
sceme, non per inseguirli ma perché piove, e il parcheggio è da quella parte!
Impostiamo la strada sul il navigatore,
Marta insiste per sapere il numero civico (come se un palazzetto non si vedesse,
da lontano), ma alla fine il misterioso Palatorino si materializza, grigio
sotto il cielo grigio. E nello stesso istante succede IL Fatto. Siamo ferme all’incrocio, pronte per girare.
E di fronte…?
-Marta… ma ci sono i tourbus!-
E la domanda di perché siano arrivati
dalla parte opposta rimane, così come rimane l’orgoglio di averi anticipati di
cinque secondi!
E vogliamo parlare della soddisfazione
di affiancarne e superarne uno?? Facendo ciao
ciao dal finestrino perché il neurone non riesce a partorire nulla di
meglio, fra una risata e l’altra?!
Momento storico.
Posteggiamo e facciamo in tempo ad
assistere all’ingresso dei pullman, con tanto di rissa fra uno della security e
un paninaro buzzurro. Con coltelli a quanto pare. Per fortuna una ragazzina ci
blocca.
Fatto il giro, superati bagarini, venditori di cuscini e fascette tarocche con scritte in viola lucido, bancarelle di merchandising falso con date del tour mischiate, baracchini di panini e schifezze fritte puzzolenti, troviamo la testa della coda, dove naturalmente è riunita tutta la cricca, sotto teloni anti-pioggia.
Saluti, baci, abbracci, chiacchiere, il
pomeriggio passa così, poi con Erica, Marta, Nanni, Ele, Gigio, Irene, Angela
che va a sentire il soundcheck ed
esce con cuori e stelle negli occhi…
Ed è proprio lì, a Torino, che avviene
il primo incontro con lui. Così indimenticabile, un fido compagno… come non
menzionarlo?
Il camioncino Seven.
Oh sì. Un nome, una storia.
Torniamo in macchina a mangiare
qualcosa e a controllare quel maledetto contest, augurando tutti i mali del
mondo alla solita utente che imbroglia e non viene ripresa.
Alle sei Erica ci fa uno squillo per
dirci che hanno aperto, e ci mettiamo in fila. Scorre veloce, entriamo con
tranquillità e troviamo una sala quasi vuota; incontriamo Manu e Katy, appena
uscite dal meet, e con loro ci infiliamo lateralmente, in una seconda fila che,
questa volta più che mai, è pari ad una prima. Dato che davanti ci sono bambine
di dieci anni che a volte scambio per la transenna.
Come prima data italiana, essendo la
sala semivuota, pensavo sarebbe stato deprimente.
Invece, da bravi italiani, siamo
riusciti a fare un gran casino anche in pochi.
Ed è stato uno dei concerti in cui mi
sono sgolata di più, non so perché.
Forse perché risentire quei krazie mileh in un concerto, a distanza di due anni, ripetuti e ripetuti da entrambi i gemelli, è stato più esaltante del previsto. Perché puoi farti concerti meravigliosi all’estero, restare incantata e innamorata; ma quando sono loro a venire da te, a fare un concerto per il tuo paese, e dirti quelle due parole nella tua lingua… e se poi il tuo paese riesce a dare tanto calore… non puoi che sentire quel pizzico di orgoglio brulicare nelle vene. E’ speciale.
Forse perché risentire quei krazie mileh in un concerto, a distanza di due anni, ripetuti e ripetuti da entrambi i gemelli, è stato più esaltante del previsto. Perché puoi farti concerti meravigliosi all’estero, restare incantata e innamorata; ma quando sono loro a venire da te, a fare un concerto per il tuo paese, e dirti quelle due parole nella tua lingua… e se poi il tuo paese riesce a dare tanto calore… non puoi che sentire quel pizzico di orgoglio brulicare nelle vene. E’ speciale.
E poi, per dirla tutta, quella posizione era ottima. Usando un
linguaggio tecnico, specifico degli
addetti ai lavori, il mio secondo posto preferito dopo l’angolino Manzo, in questo tour.
Avere loro due lì sopra, insieme, che guardano giù,
tutte quelle volte.
Non c’è bisogno di spiegare, credo…
E lo scroscio di applausi su Zoom, che all’inizio non capivo nemmeno cosa fosse, che sembrava infattibile… iniziato piano e poi cresciuto. Come il suono delle onde che si infrangono sulla battigia. Splendido.
E lo scroscio di applausi su Zoom, che all’inizio non capivo nemmeno cosa fosse, che sembrava infattibile… iniziato piano e poi cresciuto. Come il suono delle onde che si infrangono sulla battigia. Splendido.
Con Forever Now spariscono
nel buio, e non nell’uovo perché a Torino l’uovo non si chiudeva.
Recuperiamo gli zaini sugli spalti da Erica, facciamo qualche foto con
lei, Gigio ed Ele e ci avviamo alla macchina.
Problema: dove dormiamo?
Dopo tremila ipotesi, optiamo per fermarci in qualche autogrill a
riposare, poi riprendere per Padova. Ma riemerge la proposta che Marta aveva
fatto prima del concerto, perché siamo davvero tutte e due troppo stanche…
quindi all’autogrill ci fermiamo solo perché io ho fame e arraffo un muffin al
volo, poi torniamo a Lissone (il posto dove rubano i tombini) e dormiamo da
Marta.
Colgo l’occasione per dire che quel divano è comodissimo! *w*
La mattina, dopo colazione e la quotidiana controllatina al contest, e
forse anche di mail iraconda alla Seven, partiamo.
La strada verso Padova è lunga, si passa dal freddo al caldo come se
niente fosse, ma la trascorriamo bene ripassando con voci melodiche tutto Humanoid tedesco, inglese e tutte le
altre lingue possibili. Qualche intoppo per trovare il Palafabris, ma alla fine
ce la facciamo, il grande parallelepipedo nero è lì.
Anche qui, dobbiamo raggiungere la cima della coda per trovare il
resto della ciurma: sepolte fra sacchi a pelo, coperte, zaini, borse di cibo.
E’ strano essere fuori da quel piccolo mondo.
E anche stavolta, le ore trascorrono lente, con le stonatissime voci
dei performer Seven e il loro inglese
improbabile; caffè che non arrivano, piadine con troppo prosciutto, esseri che
si atteggiano a leader del fandom facendo appelli dal microfono e aggirandosi
in abbigliamenti, per usare un eufemismo, poco consoni.
Facciamo anche un giro sul retro, poi ci uniamo a Circe sul lato
opposto dell’ingresso, dove alcune ragazze aspettano di entrare per il soundcheck. E personalmente, la cosa è
abbastanza deprimente visto che sono già incavolata nera per quel concorso
cretino e vorrei bruciare il camioncino.
Ma così va.
Ci mettiamo in fila tardi e assistiamo alle ultime, emozionanti
esibizioni, fra cui una versione italiana di Monsoon totalmente inascoltabile.
Marta decide di aspettare che arrivino le altre, io vado avanti perché
non ce la faccio più a stare lì ferma; ma non è un gran successo, la fila si
muove di un passo ogni quarto d’ora. Letteralmente.
Il lampione che prendo come punto di riferimento sembra non
allontanarsi mai.
Eppure alla fine ce la facciamo, superano una barricata di security
che incanala la gente sotto le proprie braccia.
Non capisco dove devo andare, seguo il flusso di gente e mi ritrovo
sugli spalti a destra del palco: il palazzetto è già colmo. Si fa fatica a
camminare, fa un caldo pazzesco e non c’è mezzo buco libero. Trovo Anna e
Alessandra e mi siedo con loro, poi vedo Ele in prima fila e comunichiamo a
distanza in qualche modo…
Mi dice che ha fatto firmare la foto di Stoccolma al meet.
…Mi scappa un urletto. Quella foto rappresenta così tante cose.
Poi sento un coro che chiama il mio nome, e vedo tutte le altre fra
prima e seconda fila dal lato di Georg.
E’ già bellissimo.
Ci siamo quasi tutte, sparse ovunque, la sala è già strapiena e
l’eccitazione pulsa nell’aria.
Non ci sono megaschermi e l’uovo è a metà, noi lo vediamo da lì.
Riesco anche ad andare in bagno con Anna, sbircio nella parte visibile di
backstage con tutti i macchinari.
Sento Marta e mi dice che sono degli spalti di fronte.
Non ci vuole molto a individuarle: si è creata una specie di piramide
di fan, che punta verso un paio di sedili precisi, proprio nella fila più alta.
Abbiamo ospiti celebri. ;)
Abbiamo ospiti celebri. ;)
Provo ad avvicinarmi ma è impossibile, le saluto da lontano.
Quando tutto si spegne, è uno scoppio unanime.
E’ incredibile, e già devo sentire la pelle d’oca.
Perché è l’urlo più forte che abbia sentito finora. E centinaia di starlights colorati. E flash. E anche qualche trombetta da stadio.
Perché è l’urlo più forte che abbia sentito finora. E centinaia di starlights colorati. E flash. E anche qualche trombetta da stadio.
E so già che sarà eccezionale.
Non posso stare là sopra ferma, devo muovermi. Scendo, e tutto il
concerto lo passerò così: a marciare fra un lato e l’altro, fra il parterre e
gli spalti dove c’è Anna, spostandomi ovunque, facendo lo slalom fra la gente.
Non esiste che me ne resti ferma in quell’angolino in un concerto del genere.
Quando Bill ha inveito contro il proprietario e i pompieri, penso che
l’abbia capito solo il 3% delle persone: ho iniziato a ridere come una scema,
ma ero l’unica lì intorno!
E ad ogni modo, non penso che la mancanza dei fuochi o di mezzo uovo
abbia fatto tanta differenza… era già tutto in fiamme.
L’entusiasmo, i cori, l’interazione, le voci forti, le lucine… tutto
permeava calore, tutto bruciava, era come un grande organismo che inspirava ed
espirava passione. E’ stato esplosivo.
Eravamo un tutt’uno.
E, anche se mi dispiace non aver potuto essere in prima fila - la
prima fila è sempre la cosa migliore - è stato significativo viverla così come
l’ho vissuta. Nel complesso.
Muovendosi, seguendola, tuffandocisi dentro.
Mi sono resa conto della totalità. Del concerto non solo sul
palco e non solo in prima fila, ma dal palco al parterre, dalla prima
all’ultima persona del parterre, dalla prima all’ultima fila degli spalti, di
quell’enorme organismo vivente che si auto nutre, auto sostenta, che si dà
energia e dove tutte le piccole celluline sono interdipendenti. E la vita c’è
grazie ad ognuna di esse.
La folla che si trasforma a seconda della canzone. E prima intona
un coro dolce per Phantomrider,
ondeggia, i flash sono come stelle nella notte blu… pochi minuti dopo si
scatena per Screamin’, la vedi
saltare, le asticelle luminose si alzano e abbassano a ritmo sostenuto.
E’ su Zoom che ho
trovato la postazione perfetta per il finale.
Un palchetto rialzato per gli handicappati, recintato
intorno. C’erano già cinque o sei persone abbarbicate sulle transenne, e ho
fatto come loro.
Da brivido.
Da lì vedi tutto come lo vedono loro. Sei al di sopra della
gente, affacciato su una distesa di teste, e poco più avanti, più o meno alla
tua altezza in linea d’aria, loro sul palco.
Quell’isoletta.
Da dove ho ascoltato Zoom,
gli applausi, il suo “Thank you so much” nel bel mezzo della canzone,
uscito dal cuore… con il piano, e il fumo, e quel fascio di luce bianca. Era
come stare in un teatro.
E poi tutta l’energia finale per Monsoon e Forever Now.
Alzarsi in piedi sulle transenne, e avere l’impressione di volare
al di sopra di tutti quanti, mente i coriandoli esplodono in aria e loro
suonano le ultime note in cima alla passerella.
Non lo dimenticherò mai.
All’uscita ci riuniamo (al
cartello di Mengoni), ci abbracciamo, una Pera riccia mi scoppia in lacrime
sulla spalla…
Fra ricordi di quello che è successo solo dieci minuti
prima, commozione e stato catatonico post-concerto, ci mettiamo ore prima di
riuscire a salutarci tutte come si deve e avviarci verso gli hotel. Nella
nebbia.
L’AC è un signor hotel.
La camera è una signora camera.
Ceniamo a base di Michetti di Clau, Kinder Pinguì e
Coca-Cola del frigo bar.
E facciamo fatica a metterci a dormire, perché c’è bisogno
di parlarne, parlarne, parlarne. Come sempre…
La colazione della mattina è rigenerante.
Incontriamo anche lo staff della security, con cui Chiara fa
prontamente amicizia.
Ma basta una chiamata sospetta di Bea per metterci lo
sprint, prepararci in dieci secondi e fiondarci al B4, dove dovrebbero essere.
In realtà è un’attesa a vuoto, Viky ci dice che probabilmente sono ad Abano.
E così torniamo indietro, riempiamo zaini e trolley,
prendiamo un taxi e alla stazione troviamo tutte le emigrate che rientrano.
Io, Chiara, Ele, Bea e Giulia prendiamo lo stesso treno, e
da Milano scrocco il mio solito passaggio verso Legnano Beach.
Due giorni strani, intensissimi, pieni.
Una specie di on the
road, stancante e divertentissimo.
Essere tutte, davvero tutte.
E, sì, la consapevolezza di avere lasciato qualcosa di molto
bello a quei crucchi.
E viceversa.
…a quando la prossima?
*_* illuminata d'immensoooo!!!*_*
RispondiElimina*.* divino *.*
RispondiEliminaevito di citare pezzo per pezzo che mi ritroverei a fare copia e incolla di mezzo resoconto *_*
vedi che aspettiamo il resoconto di Milano adesso v.v'
<3
e finalmente l'ho letto!=°)
RispondiEliminaè bello poter dire che in queste date c'ero anche io *_*
Torino..Padova..e chi se le dimentica ♥
"E, sì, la consapevolezza di avere lasciato qualcosa di molto bello a quei crucchi.
E viceversa."...eh..=°)