Stazione centrale nel primo pomeriggio.
Questa volta, solo il buon vecchio zaino arancione, e il
sacco a pendolo in mano.
Il biglietto d’andata l’abbiamo fatto il giorno prima,
quello di ritorno è ancora un’incognita; prendiamo posto sul treno, iniziamo a
sfogliare Vanity Fair, con i suoi articoli su ex-abitazioni di assassini e
descrizioni ridicole di Bill Kaulitz durante l’intervista fatta a Sanremo.
Siamo entrambe in uno stato comatoso, io e Marta; forse,
nonostante sia il 17 marzo e siano passate due settimane dal rientro, abbiamo
ancora qualche postumo da recuperare. Ma a me fa un bell’effetto essere di
nuovo in quella tuta da concerto, in viaggio, verso una nuova tappa.
Il treno fila veloce e silenzioso, le vicine di posto sono
quanto di più buzzurro e rozzo si possa immaginare; fra banchetti untuosi e
puzzolenti, scarpe levate, conversazioni gridate in qualche lingua astrusa e
insopportabile e tendenze ad espandersi nello spazio vitale altrui, diciamo che
poteva capitarci di meglio.
La cosa migliore è che quando ci alziamo per andare a
mangiare qualcosa nella carrozza-bar, non si fanno problemi a prendersi i
nostri posti di fianco al finestrino, fregare le coperte a Marta e la rivista a
me.
No ma comode, davvero.
Arriviamo a Lione a sera inoltrata.
La stazione di Saint-Exupéry è grande, alta, moderna: tutta
scale mobili, ponti, metallo, corridoi larghi e lucidi, completamente deserti a
quell’ora; girovagando ci ritroviamo nell’aeroporto adiacente, e scopriamo di
essere fuori città.
Le biglietterie sono chiuse, dobbiamo rimandare
ulteriormente l’acquisto del biglietto di ritorno; confabuliamo un po’ su cosa
fare mentre ci avviamo alla navetta per il centro città, cercando di non farci
spazzare via dal vento.
Dalla stazione scendiamo in metro, luogo non esattamente ben
frequentato, scendiamo alla fermata più vicina alla Halle Tony Garnier e ci
incamminiamo, sperando di aver preso la direzione giusta; ma incontriamo
un’altra fan che ce lo conferma.
La zona periferica non sembra avere molto, non passano molte
macchine, l’illuminazione è giallastra e ci sono lucine colorate su un paio di
alberi.
La serpentina di transenne è colonizzata da tende
multicolore, e quasi tutti sono dentro a dormire; parliamo con le ragazze e ci
sistemiamo in fondo alla fila, senza numero, senza niente se non zaino e sacco
a pelo.
Cerniera chiusa e buona notte.
A dire il vero, il mal di testa è insopportabile e il non
avere un cuscino non aiuta. Tanto meno fanno le chiacchiere francesi
interminabili delle ragazze intorno.
E anche se non è la Svezia, il freddo si sente e dà
fastidio.
Mi rigiro cinquemila volte contando i minuti e
scervellandomi per trovare un ammazza tempo per tirare là fino a mattina; ma
non ne ho bisogno. Verso le tre Marta lancia la bomba:
-Ali… ma se tipo cercassimo una stanza?-
Approvatissimo!
Raccattiamo le nostre poche cose e ci dirigiamo verso l’Ibis
lì di fronte; sono pieni, ci dicono di provare al Novotel a fianco, ma lì non
ci risponde nessuno e torniamo indietro, chiedendo se conoscono qualche altro
hotel nelle vicinanze.
La ragazza della reception fa una telefonata e ci indica
questo altro hotel, che però non è esattamente vicino. E così ci ritroviamo a
camminare per gli stradoni periferici di Lyon alle 4 di notte, zaini in spalla
e sacchi a pelo penzolanti che sbattono sulle gambe, cercando di fare veloce
perché non è proprio una situazione raccomandabile.
Dopo quelli che sembrano dieci chilometri di passeggiata,
alla fine ci arriviamo, arriviamo al “Park & Suites - Appart-Hôtel
Elégance”, fermata Jean-Jauré. Se
qualcuno ha risposto al telefono, si suppone che ci sia dentro qualcuno.
La porta automatica a vetri è bloccata, ma dentro le luci
sono accese e si intravede un omino che mercanteggia con cestelli colmi di ogni
cosa, intento già a preparare la colazione per la mattina; il profumo fragrante
di croissant e panini si sente fin da fuori, ma stomaci e cervelli sono troppo
assonnati per reagire.
Dopo diversi patetici tentativi di farci vedere, riusciamo
ad attirare l’attenzione del tizio; ci apre e gli spieghiamo la situazione, mi
ritrovo a rispolverare il mio francese incartapecorito perché lui non parla
inglese. Alla fine delle trattative, ci dice di restare pure sui divanetti
della hall ad aspettare, che verso le 7 o 8 potremo fare check-in; inutile dire
che crolliamo addormentate.
Un po’ alla volta l’hotel prende vita, si risveglia… arriva
altro personale, iniziano a scendere i primi ospiti mattinieri, qualcuno i
siede ai tavolini per fare colazione.
Fra un sonnellino e l’altro capto stralci di conversazione
fra il tizio e un’altra signora, che presumibilmente stanno parlando di come
sistemare noi due povere disperate. Anche se di regola non danno le stanze
prima delle due di pomeriggio, ce ne sistemano una in quattro e quattr’otto,
impietositi dalle nostre condizioni; mentre la preparano ci invitano a sederci
alla colazione, che costerebbe 12€, quindi chiediamo solo un caffè.
Doppiamente impietosita, la signora della cucina ci offre
due croissant. Anche se non mi piacciono un granchè, mangio il mio, quasi
commossa dalla premura. x)
Una volta entrate nel nostro mini appartamento (chicchissimo.
Ha anche un microonde.), nel giro di tre secondi siamo già sotto le coperte e fra le braccia di Morfeo.
Nel primo pomeriggio, con estrema calma, ci risvegliamo,
vestiamo e prepariamo per il concerto.
E’ un paradosso, è quasi impensabile.
Eppure…
Passiamo al supermercato sotto l’hotel per prendere qualcosa
da mangiare, e a piedi andiamo alla Halle, dove c’è già una bella fila. Cerco
la ragazza americana di cui non so nemmeno il nome, riusciamo giusto a dirci un
“ciao-comeva-buonconcerto” urlando
con tre file di transenne in mezzo, poi ci sediamo a un tavolino di legno a
mangiare panini dolci, formaggio e prosciutto confezionato. Un lusso unico.
Passiamo un po’ di tempo sul retro, a guardare la collezione
di tourbus posteggiati.
Non ci mettiamo in fila prima delle cinque, e da lì
all’ingresso il pensiero unico e martellante è quello: il concorso Seven Play Your Tokio. Un nome scolpito
nella storia, ormai. Non so quanti
messaggi siano stati spediti e ricevuti, in quel pomeriggio dell’apocalisse in
cui i Geni si erano accorti della loro falla e stavano cercando di riparare i
danni levando punti “a muzzo”, per usare un termine tecnico.
Le porte aprono puntuali, la fila scorre lenta, è stranissimo
arrivare ai cancelli camminando in tranquillità. Molto, molto strano.
La sala non è grande,
gli spalti (se così possiamo chiamarli) sono bassi, il parterre non è
pieno nemmeno a metà, fa un po’ tristezza; decidiamo di non mischiarci alla ressa, tanto
indietro per indietro…
Ci diamo alla pazza gioia facendo tutto ciò che abitualmente
non è possibile fare: sederci, sdraiarci, stravaccarci a X sul pavimento,
spostarci, muovere braccia e gambe, eccetera. Vediamo Stuttgart conversare con
alcune ragazze.
Eccetera.
Lights off.
L’apertura da più lontano, con una visuale d’insieme, è
davvero bella. Da sotto non ti rendi veramente conto dell’effetto delle luci, i
contrasti, la geometria dei fasci di luce, i colori e gli sfondi a
schermo. E’ proprio scenografica.
Ma tutta quella gente
tra me e il palco mi dà sui nervi. Mi dà sui nervi che io sono qui e loro sono
lì, e non posso saltare in testa a tutte quelle persone per andare davanti.
Però questa volta era o così, o niente. Allora meglio così.
Ci siamo date alla demenza pura 100%. Abbiamo saltato,
ballato, urlato, sbeffeggiato omoni puzzolenti che si mettevano fra i piedi. La
cosa divertente era che là dietro eravamo le uniche ad esaltarci così,
probabilmente dal palco sembravamo due formiche impazzite.
Ad un certo punto mi sono resa conto che nessuno mi aveva
inchiodata a quella posizione, e ho iniziato a vagare a destra e a sinistra,
verso i lati, fino ad arrivare praticamente in quarta fila per vedermi Sonnesystem.
Sono molto fiera della mia scoperta, anche perché più avanti
mi è tornata utile U_U
Comunque è stato un bel concerto, strano, ma bello…
soprattutto la seconda parte, quando Bill è stato preso da un’ondata di
tenerezza e ha iniziato a dire “You’re incredibile.” “I love you so much!”.
Per poi inciampare in un cavo della chitarra e rischiare di
far crollare tutto quanto alla fine di Geisterfahrer.
Come direbbero i quadratini di Facebook: Questo è Bill
Kaulitz.
A 897615298786732909851 persone piace questo elemento.
Usciamo dalla halle senza ammaccature, con i polmoni intatti,
le costole anche, le ginocchia pure. Strano. Non faccio nemmeno in tempo ad
arrivare al cancello che mi accorgo di non avere più il cellulare; sfodero il
mio francese come non mai per spiegare alla sicurezza, che non vuole farmi
rientrare, che devo rientrare a
cercarlo. Ma non lo trovo.
Ritorniamo all’albergo, una strada ancora più inquietante di
quella della sera precedente.
Marta chiama al lavoro sparando scuse per assentarsi la sera
dopo.
La mattina mi sveglio per prima, e scendo a fare colazione
imbattendomi in un’allegra scolaresca italiana. Quando anche Marta è pronta,
scendiamo, paghiamo e andiamo alla stazione per prendere la navetta.
Scopro che mi è saltato l’appoggio Torinese ed inizio a
escogitare una soluzione.
A quanto pare la stazione Saint-Exupéry è deserta anche di
giorno: facciamo il biglietto, non c’è treno prima delle 5. L’attesa è lunga ma
in qualche modo la passiamo.
Servizio trucco e parrucco a miss Meani (che novità),
pranzo, bagno, disegnini di Tom che urla “Louder!”… ah sì. Prima di Lione non
me ne ero mai accorta. E’ stata una folgorazione di quel concerto.
Alle 5 siamo su questa specie di binario fantasma dove si
ferma il treno, destinazione Torino: per qualche motivo non arriva più a
Milano.
E’ un viaggio lento, infinito. Non siamo nemmeno a metà
percorso quando tutto si ferma e ci annunciano che il treno “è rotto”.
Come fa un treno a essere “rotto”?!
Dimmi che è guasto, che c’è un problema tecnico, che il
valvoscapiotrone sciangurotico posteriore si è nerbipolizzato. Fa un po’ più professional.
Un telecomando è rotto.
Non un TGV. -__-
Ripartiamo a velocità di crociera, e arriviamo a Torino con
un’ora di ritardo; ci fermiamo a mangiare qualcosa a McDonald’s – Mikado e
muffin – e prendiamo l’ultimo regionale per Milano, passando l’ultima parte del
viaggio con un giochetto. Marta si impossessa del mio iPod e mi canticchia le
canzoni che capitano con versi mugolanti, e io devo indovinare; i risultati
sono esilaranti, ma la parte migliore è quando inizia una strana serie. Hot’n’Cold, Human, Human connect to Human…
-Ma l’hai messo in ordine alfabetico?-
-NO!-
Humanoid, Humanoid.
Hunde, Hunter…
Va beh, era tardi!
x)
ahaa bellissimo Aly ^0^
RispondiEliminamamma,fa effetto leggere questi resoconti adesso *-* *malinconia*
''...Ci diamo alla pazza gioia facendo tutto ciò che abitualmente non è possibile fare: sederci, sdraiarci, stravaccarci a X sul pavimento, spostarci, muovere braccia e gambe, eccetera...'' muahah *rotola* xD
vi immagino poi collassate sui divanetti in hotel stanche morte e alle prese con il franScese ghgh
e il contest Seven...aaaaaaaaaaaah brividi ...
btw,nel bene e nel male,esperienze da rivivere senza tralasciare niente...ok,qualcosina ina ina è concesso U.u
*aspettando luglio* <3
eh.. a me sembra ieri! >__<
RispondiEliminasì beh... sono state belle scene! sembravamo due barbone madò...XD
sì sì... ogni attimo è valso la pensa! <3
buahahahahahha che avventura anche questaaa!!!!:°D
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