mercoledì 19 maggio 2010

A Humanoid Tale. Chapter4


La macchina viaggia veloce nella città avvolta nel nero, con le sue altezze vertiginose, il suo silenzio liquido, le luci gialle delle finestre e le insegne di hotel e centri commerciali.
Il taxista si ferma di fronte ad una scalinata, in cima alla quale si troverebbe il Globe; Marta scende a controllare se ci sono le ragazze. La vediamo sparire fra i vortici di neve, per ricomparire dopo qualche minuto senza avere trovato anima viva. Chiediamo di portarci all’ostello, il famoso ostello-barca; l’auto imbocca gallerie varie, scendendo sempre più verso l’acqua, finché non ci troviamo a costeggiare un molo dove sono ormeggiati diversi ostelli e bed & breakfast.  Ormeggiati, ovvero inchiodati in una morsa polare, una lastra di ghiaccio compattissimo, alto almeno un metro, che ricopre tutta la superficie dell’acqua.
Il nostro battello è il più carino, si riconosce subito: l’unica macchia rosso fuoco in un panorama in bianco e nero.

Problema: date tre persone, tre valigie, tre bagagli a mano e tre borsoni, una strada ostruita dalla neve, un pontile in discesa e, infine, un portone di legno massiccio – peso minimo stimato: due tonnellate – che non si può bloccare, come faranno le suddette tre persone ad entrare nella barca-ostello?
Se qualcuno ci avesse filmato, quella sera, adesso potrei allegare una risposta in formato link Youtube. Ma per fortuna nessuno l’ha fatto – a meno che ci fosse qualche foca artica o pinguino che di soppiatto riprendeva da un buco nel ghiaccio.
Insomma, fra portate in faccia, pezzi di valigie, giubbotti, piedi rimasti incastrati, scontri fra nasi e schiene e tutto il resto, ci vogliono almeno una decina di minuti per riuscire ad entrare e atterrare sane e salve sul pianerottolo, leggermente in discesa.
L’interno è tutto di legno scuro, coperto da tappeti rossi, vecchi e irsuti; stampe e targhe alle pareti, sembra davvero un antico vascello. Mi colpisce l’odore dolciastro e tiepido, che diventerà qualcosa di familiare e accogliente nei giorni seguenti. Ci accoglie uno dei proprietari, un omaccione svedese con i capelli da metallaro, il pancione da birra e la voce da gay – già facciamo la nostra bella figura ridendo senza ritegno a quell’ora della sera, in tutti sono a dormire.
Dopo avere appurato che non prendono euro e che le Postepay non funzionano, ed essendo munite soltanto di ben 50 corone, pari a 5 euro (o qualcosa del genere), lasciamo in ostaggio i documenti e scendiamo sotto coperta, percorrendo un lungo e stretto corridoio rosso alla fine del quale c’è la nostra stanza: luce soffusa, calda, due letti a castello ben forniti di coperte di lana, piumini e lenzuola, lo stesso legno scuro e i tappeti rosso carminio della sala di sopra, un tavolino circolare e un paio di sedie, caramelle alla frutta su ogni cuscino e piccole finestre adiacenti al soffitto. E’ meravigliosamente pittoresco. Pensare di essere nella città vecchia, sommerse dal ghiaccio eppure avvolte nell’amabile tepore di questa barchetta rossa che sembra uscita direttamente da un film di pirati, circondate da uno degli scorci più belli di tutta Stoccolma. Non dimenticherò mai quel posto, quei giorni.
Ci sistemiamo, incastriamo valigie ovunque, facciamo un giro nei bagni freddissimi e inclinati, poi saliamo nel salone con i computer per la quotidiana dose di internet. Facendo i calcoli con quelle fantastiche 50 corone, riusciamo addirittura a comprarci un muffin, un cookie e un pacchetto di patatine. Andiamo a dormire presto, e per quella notte abbiamo anche una compagna di stanza.

Ci svegliamo più o meno con le galline, perché ci serve essere all’arena alle 9: qualcuno sui forum ci ha detto che a quell’ora è il primo appello. Prima marcia fra i ghiacci e le montagne di neve, cercando di trovare la strada giusta per arrivare dall’altra parte del fiume, dove c’è un For-Ex per cambiare i soldi; è tutto completamente deserto, a parte noi, la neve e un venticello gelido non c’è nessuno in giro a quell’ora. E infatti anche il For-Ex è chiuso.
Quindi andiamo verso il Globen, in metro (T-Bana), comprando giornalieri milionari.
La zona è bellissima, moderna, si apre con un ponte costeggiato da bandiere e, dentro, piccoli alberi spogli decorati con luci bianche e blu danno un po’ di colore al panorama assurdo, sinistramente e totalmente candido. E ancora una volta, desolato; d’altronde chi è che va a passeggiare in un’area prettamente commerciale e di uffici, alle otto di mattina? Soltanto noi e lo spazzaneve.
Ci aggiriamo alla ricerca del “park” dove sarebbe il ritrovo, ma l’indicazione è troppo vaga e per di più non sembra esserci anima viva; fa freddissimo, siamo disorientate, io inizio a già a prepararmi psicologiacamente ad un concerto dalle retrovie, perché non riuscirono a trovare le persone dei numeretti.
Ma proprio quando tutte le speranze sembrano perse, compaiono due ragazze della lista; chiediamo spiegazioni, le seguiamo e aspettiamo sotto un portico. Pian piano inizia ad arrivare gente, tutte svedesi, nemmeno un’altra straniera. Nonostante il sole pallido, fa un freddo cane; le tre paia di pantaloni, due maglie, due maglioni, sciarpone e piumino tengono abbastanza caldo, ma quegli stupidi stivali di gomma amburghesi sono peggio di un paio di infradito. Se non muovo i piedi, rischiano l’assideramento.
All’arrivo di un trio composto da una rossa, una bionda e una mora con ciglia lunghissime e rasata laterale, tutta la truppa di ragazze si allinea in fila, con ordine e silenzio.
Ci precipitiamo subito a prendere i numeri: 48. 49 e 50. Le ragazze, carinissime, ci accolgono sorridendo e con un: “Welcome to Sweden!”.
Finita la trafila e ricevute le istruzioni necessarie, ci rifugiamo al caldo di McDonald’s, che nel frattempo ha aperto, e ordiniamo caffè, cappuccini, muffin e rotolino alla cannella. Il tepore dell’interno e il liquido bollente che scende giù per la gola sono a dir poco rivitalizzanti.

In attesa dell’appello del pomeriggio, ci dirigiamo verso la stazione di Polizia; perchè, a quanto pare, il vociare che avevo sentito di notte non era stato frutto della mia immaginazione, era davvero Marta che rispondeva al telefono di Ele, e parlava con la polizia, che le comunicava che un taxista aveva portato lì il cellulare che lei aveva allegramente abbandonato a bordo. Per la seconda volta. Giriamo per un’ora prima di capire quale degli innumerevoli uffici è quello giusto, prendiamo il numerino anche se c’è soltanto un’altra persona, e dopo un’accurata descrizione il cellulare viene restituito. Naturalmente l’altra persona, davanti alla quale avevamo parlato e detto cavolate per un quarto d’ora, era italiana.
Tornando ci fermiamo al For-ex, facciamo scorta di corone e caramelle, e torniamo al Globen; il negozietto di accessori al centro commerciale ci porta via un bel po’ di tempo e di soldi appena ritirati. Ci sediamo a pranzo in un bar carinissimo, dove per la prima volta possiamo mangiare cose sane come verdura, insalata, pasta; e restiamo lì, rifocillate, oziose e cullate dal calduccio dell’interno, abbandonate e rilassate nella tranquillità della situazione fila.
Fatto l’appello pomeridiano, torniamo all’ostello per riposarci e navigare in internet, ritorniamo al Globen la sera, controllo presenze, McDonald’s, e ritorno.

Il giorno dopo è più o meno sempre la stessa routine: appello, colazione a McCafé, questa volta ci inseriamo un giro in centro, abbastanza casuale, lungo una strada piena di negozi e fino ad un punto panoramico fenomenale. Ritorniamo al nostro bar salutare per pranzo, facciamo la chiamata, torniamo alla barchetta rossa e io faccio l’esperimento tragicomico di lavarmi i capelli in quel bagno in discesa, gelido, nella doccia con getto a tempo che diventa ustionante in pochi minuti. Ardua impresa, ma alla fine i capelli sono puliti.
La sera al Globen, prima dell’appello, riesco finalmente a incontrare Maddy, Linn e Johanna in un diner al piano inferiore del centro commerciale. Era passato più di anno e mezzo, sembrava tantissimo… eppure una volta che le ho riabbracciate, è come se non fosse più così lontano. Ci siamo sempre tenute in contatto, e ho ritrovato le stesse persone adorabili di quel Novembre 2008.
Ci sediamo qualche minuto con loro e le tre organizzatrici, mentre finiscono di cenare, e già ci danno qualche dritta sulla faccenda fila e sugli orari; poi torniamo su per fare l’ultima chiamata.

Si imparano tante cose sulle popolazioni facendo questi giri. Le differenze saltano all’occhio. Le tedesche sono, da un lato, sicuramente più organizzate delle italiane, forse perché sono abituate da più anni all’inferno dantesco che sono le masse di fan dei quattro beneamati.
Ma farò questa breve premessa prima di andare avanti, e spiegare come sono le svedesi; quello a Stoccolma era il primo concerto della band in Svezia. Il primo di sempre. Ed era solo la terza volta che mettevano piede in suolo svedese.
Quante volte erano già stati in Italia, prima di quel delirio chiamato concerto di Capannelle? E prima di Modena? E, facendo un balzo avanti, prima di questo Aprile? Eppure ci sono persone, tante persone, che non hanno ancora imparato.

Cosa succede in Svezia? Le ragazze, queste specie di creature angelicate tutte acqua, sapone, lentiggini e occhi azzurri, aspettano quietamente l’arrivo delle organizzatrici; quando arrivano, si dispongono da sole in una fila ordinata, nessuno spinge, nessuno si lamenta, nessuna cerca di passare avanti dato che è perfettamente immotivato in quel momento. Una ad una, danno la loro presenza e si mettono dall’altro lato del porticato.
Come può non venirmi in mente l’appello ad Amburgo: Natze e le altre in piedi su un tavolo, a dominare la marmaglia mischiata, un po’ seduta, un po’ sdraiata, nascosta fra teli termici, piercing, matita colata e capelli colorati scoloriti. In tre a gridare a squarciagola ogni singolo nome, cercando di sovrastare il vociare che non vuole saperne di interropersi; ogni cinque nomi un rimprovero o un avvertimento minaccioso.
Ora, mentre a Stoccolma assisto all’ordine religioso con cui, finito l’appello, gruppetti di 10-15 ragazze si avvicinano ad uno ad uno alle organizzatrici per ascoltare gli aggiornamenti, comunicati quasi sottovoce, non può che balzarmi all’occhio il contrasto.
Uma, la ragazzina italo-svedese che ci si è presentata il primo giorno, ci conferma che dovremo presentarci lì alle 5.30.
Felici e contente di poter evitare un’altra notte fra i ghiacci, prendiamo la metro e scendiamo in centro, dirette a quello che si rivela essere il Pizza Hut più elegante della storia. Velluto rosso, lampadari di cristallo e specchi – è quantomeno assurdo trovarsi in un posto del genere a 24 ore dal concerto. Ma passiamo una bella serata, con tanto di cameriere pelato mezzo pazzo che ci riconosce subito per via dei numeretti, e non si risparmia un commento o una domanda ogni volta che ci passa a fianco.
Torniamo, internet e sotto le coperte, puntando la sveglia prestissimo.

Attraversiamo il ponte verso la metro alle 5, sotto quel cielo viola che non si distinguerebbe dalla distesa d’acqua ghiacciata, se non fosse per le piccole lucine gialle sull’altra sponda. Il vento taglia la pelle tanto è freddo.
Alle 5 e mezza siamo al Globen, calate in un’atmosfera totalmente surreale e sinistra… solo noi, in questa zona ora deserta da cui sembra essere stata risucchiata la vita che la popola durante il giorno; dove tutto è monocromatico, i palazzi, le colonne, la neve, che sembra isolarci dal mondo e rende tutto più piccolo.
Ma non è bianco, è blu, blu elettrico, anche le persone sono blu come tanti puffi. Perché le lucine blu sugli alberi spogli sono accese.
Un adorabile omino della Live Nation arriva verso le sei, proprio mentre inizia a sorgere il sole davanti a noi; spiega il da farsi e ringrazia le ragazze che hanno organizzato. Siccome siamo solo noi le forestiere, lo dice solo in svedese e una ragazza accanto a noi ci traduce, senza nemmeno bisogno di chiederglielo.
Ci infiliamo in una fila di transenne cortissima, tutte ammassate anche abbastanza a caso; ma ci dicono che è solo provvisorio. Dieci minuti dopo siamo già fuori, a McDonald’s, a fare colazione. E la giornata passa così: dentro e fuori, ma principalmente dentro. A parte poche coraggiose che restano sdraiate a terra nei sacchi a pelo, le altre sono tutte in giro; qualche ricognizione a vedere la fila che si allunga, pausa pranzo sedute per terra nel centro commerciale come delle barbone, mangiando insalate confezionate. Quando ci muovono nella fila vera e propria, resto un attimo interdetta… Non c’è transenna, solo un nastro di plastica. E’ strettissima e completamente nella neve. Ma anche qui, molliamo cartoncini presi al supermercato e telo termico, per tenere il posto, e ce ne andiamo come tutte le altre. Capatina in ostello per darsi l’ultima sistemata, poi ritorno lì e ultime ore di attesa. Come sempre, sofferenti.
Ricordi sparsi: noi che guardiamo fuori da una porta a vetri, e io che muoio di mal di pancia; Linn che ci dice di aver visto il cane di Tom con l’omino che lo porta a spasso; Kenza e Mirre che distribuiscono volantini in fila, Marta che ci mette dieci anni per decidersi ad andare a fare una foto, le svedesi che ce la indicano con sguardi maldicenti; tutto il centro commerciale imbottito di fan, soprattutto McDonald’s; noi che, sedute ad un tavolino, compiliamo liste di date crucche e Ele che scrive le sue sulla bandiera; un venditore ambulante che cantilena cercando di rifilare alla gente tappi per orecchie.
Ad una certa ora, riprendiamo il nostro posto in fila. Forse verso le quattro, quattro e mezza.
L’attesa è interminabile, anche o forse soprattutto per il freddo: perché chiaramente, decide di mettersi a nevicare proprio in quel momento. Nevicare forte, e con vento. Il suolo è gelato, e quei maledetti stivali di gomma non aiutano. Devo muovere continuamente i piedi. I minuti passano, passano, passano lentissimamente. Scende il buio, ci fanno mettere in fila ordinata tre per tre, seguendo la numerazione.
Uma passa per darci la rosa della nostra piccola fanaction: è arancione, da lanciare al primo ritornello di Noise. Ci distribuiscono anche i bracciali per la fossa.
Passano le sei, ci comprimiamo un po’, non si capisce perché non aprano… le Vampire cantano con delle voci da funerale. A un certo punto decido anche di smetterla di cercare di tenermi caldo perché è inutile; tanto ormai non sento più piedi né mani, e sono convinta che al primo passo i miei piedi surgelati si spezzeranno in due.
A un certo punto gli omini della Live Nation urlano di non correre, e che alla prima che corre taglieranno il braccialetto.
Aprono con una tranquillità quasi imbarazzante.
Procedo, passo il controllo biglietto, entro. Perché c’è un accrocchio di gente ferma?
Un signore, davanti ad un portone rosso, sta ribadendo di non spingere e non correre. Poi lo apre, la massa si muove avanti. Noto subito che c’è qualcosa che non va.
Perché il palco è… sotto?!

Scale.
Dobbiamo scendere le scale.
Panico.
Dei ragazzi della sicurezza si piazzano davanti e ci fanno andare giù lentissimamente… ma c’è comunque chi spinge, e per poco io non cado, resto un po’ indietro rispetto alle altre (ti pareva).
Ripeto a Marta fino allo sfinimento di tenere il posto.

Arrivo al cancelletto della fossa, mi controlla il bracciale e corro verso l’altro lato, il nostro posticino amoroso.
Svolto l’angolo e… ci sono solo Ele e Marta, sedute esattamente nell’angolo, che fanno gesti di gioia!
Siamo le primeeeee!!!!!
*Squilli di trombe e fanfara in festa*
Foto di rito, esaltazione, messaggi e tutto il resto!
La gente arriva e la facciamo sedere.
L’arena da dentro è bellissima. Enorme, altissima, rotonda, ha anche una specie di cupola. Ed è tutta rossa.
Dopo un tot. Di persone, bloccano l’accesso alla fossa, e lo riapriranno solo un’oretta dopo per riempirla, pochi minuti prima dell’inizio. Che civiltà! *_*
Quando ci alziamo, ormai sappiamo già a memoria tutta la prassi: World Behind My Wall truzza, ancora quattro o cinque canzoni, arrivo dell’omino volante, e dopo un quarto d’ora dalla sua ascesa ai piani alti, le luci si spengono.

Il palco è stupendamente vicino, la visuale perfetta.
Quando inizia è il delirio. L’arena non è affatto piena, ma si fa sentire…
Come da manuale, alla sua apparizione i miei occhi diventano una specie di caleidoscopio pieno di stelline e cuoricini sbarluccicanti, e mi perdo nel mio mondo.
Il crescendo della prima strofa, e poi … Make some noise!


Oggetti volanti non identificati appaiono da tutt’intorno a me, percorrendo traiettorie a parabola.
“… O.o Eh?”
Lo sguardo mi cade in basso, sulle mie mani, e realizza: “Ah! La rosa!”
Scoppio a ridere da sola, perché dopo tre giorni a parlarne sono bastati venti secondi di concerto per cancellarmelo dalla mente. E va beh, ormai è andata… la lascio andare per terra!

E’ stato un concerto stupendo, davvero pieno di energia, di grinta da parte di tutti!
Penso che abbiano riconosciuto la bandiera, la nostra postazione, forse anche noi? Di certo ci sono arrivati tanti sorrisi, di certo non è sfuggito il nostro entusiasmo.
Personalmente, è stato bellissimo essere lì presente al loro primo concerto svedese, in un’arena fantastica, in una città stupenda, dopo aver avuto a che fare con persone così adorabili. E’ stato spiazzante quando Bill ha detto qualcosa tipo, “So che ci avete aspettato per tanto tempo, e fuori faceva così freddo…”
Che lui parlasse di noi fuori al freddo. Sul palco. Spiazzante… sì.
C’è stato un momento strano, poi. Uno dei miei epiphany moments, che mi piombano addosso da un secondo all’altro come improvvise prese di coscienza.
Suonavano World Behind My Wall, fra i fasci di luce bianca. D’un tratto mi sono ascoltata pronunciare quelle parole, e ho sentito un brivido caldo.
Loro sono stati, loro sono il mio mondo oltre il muro… il muro che soltanto grazie a loro ho potuto scavalcare e lasciarmi alle spalle; e in quel preciso istante, lo stavo vivendo. Lo stavo vivendo in quello che forse è il modo migliore di vivere questo mondo, in prima fila ad un concerto, con delle amiche, in un paese che amo. Loro lì davanti. Lui lì davanti, che in qualche modo parlava, cantando, della mia storia con loro.
E’ stato come un apice di qualche secondo. Che mi ha fatto sorridere e un po’ commuovere.
Poi…
Fatemelo scrivere. Lo so che è infantile e stupido, ma per la bambinetta di 8 anni che c’è in me (ed è molto insistente) ha un valore, è un bel ricordo, un ricordo tenero almeno. E sì, lo so che il valore ce l’ha soltanto per me e nessun altro al mondo, ma è così che va. Ci si attacca a piccolissime cose, gesti, sguardi, sorrisi, e si portano nel cuore come una collezione di piccoli rubini: inutile, ma bella e preziosa. Tanto.
Tutto questo per dire che al rientro sul palco per le acustiche, in quei brevi attimi in cui si siedono e si sistemano sugli sgabellini, lui guardava il pubblico, con quel sorriso luminoso che gli fa venire le fossettine di fianco agli occhi.
Guardava proprio giù dove eravamo noi, e già così era tenero…io come sempre ho salutato con la mano.
Lui ha salutato con la mano.

Il mondo ha smesso di girarmi sotto i piedi per un attimo.
Hanno iniziato a suonare, ma io mi stavo ancora guardando intorno come per cercare conferma di non essermelo sognato. Perché sembrava di stare in un dvd o in un video di YouTube.
Invece era vero… e, beh. Solo questo.
Agli altri 5.999.999.999 esseri umani sul pianeta non interessa un tubo, ma io non me lo dimenticherò.

A fine concerto ho una gamba praticamente rotta e la schiena anche. Un rottame vivente.
Raccolgo coriandoli come al solito, provo a cercare Maddy ma è impossibile.  Ci incanaliamo per uscire, nella bolgia riesco anche a prendere una locandina del tour.
La metro è imbottita di fan come un panino, sto in piedi ad incastro cercando di salvare il poster dall’essere spiaccicato; entriamo in un negozio alla nostra fermata per comprare qualcosa da mangiare, percorriamo il ponte e arriviamo al battellino con le facce arrossate dal vento. Internet, pigiama e nanna. Anche se è davvero difficile addormentarsi dopo un concerto così.

Giuro che è stato tristissimo andarsene.
Riempire le valigie, chiudere la stanza, salire in taxi. Al City Terminal facciamo colazione, aspettiamo il bus, un macello per prendere il biglietto perché non abbiamo più corone e non prendono la PostePay. Dobbiamo prelevare e ricambiare.
Lungo viaggio fra le nevi fino ad Arlanda e i suoi infiniti Terminal.
L’attesa al check-in di EasyJet, in cui già parlavamo di Milano e del delirio preannunciato. Cambiare in corone un’altra volta per pagare il bagaglio in più. Andare al piano di sopra a pranzare e dimenticare giù la locandina. Andare al gate, aspettare, imbarcarsi.
Decollare.

Stai tornando.
Undici giorni, tre paesi, tre città, tre concerti, quattro aerei, un treno, tre navette, innumerevoli pullman e metro e taxi, tre ostelli, valigie scarrozzate ovunque e da gettare direttamente in lavatrice, nulla escluso. Una marea di ricordi e risate nel cuore. Undici giorni che sono sembrati undici mesi. Di cui è impossibile, per quanto io ci provi, elencare tutto, tutte le cose belle… Sono quelle esperienze che, in un modo o nell’altro, ti cambiano. Anche se in minima parte, anche se impercettibilmente, ti cambiano. Ti entrano dentro, si attaccano alla fibra del tuo essere, o non fosse altro che per questo ne esci un po’ diverso. Arricchito. E non le dimenticherai.
Ora sei sull’aereo, guardi le nuvole e pensi che stai tornando.
E sì, rilassante da un certo punto di vista.
Ma già senti il vuoto. Già ti sta mancando.

I venti chilometri a piedi per arrivare al ritiro bagagli del Terminal vecchio di Malpensa sono insopportabili. Arrivano le valigie, ci salutiamo e usciamo.
Rido quando il papà di Marta le viene incontro e saluta più me che lei, e lei da dietro fa i versi.

Poi trovo la mia mamma e andiamo.

Non poteva che concludersi con una risata… =)

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