La macchina viaggia veloce nella città avvolta nel nero, con
le sue altezze vertiginose, il suo silenzio liquido, le luci gialle delle
finestre e le insegne di hotel e centri commerciali.
Il taxista si ferma di fronte ad una scalinata, in cima alla
quale si troverebbe il Globe; Marta scende a controllare se ci sono le ragazze.
La vediamo sparire fra i vortici di neve, per ricomparire dopo qualche minuto
senza avere trovato anima viva. Chiediamo di portarci all’ostello, il famoso
ostello-barca; l’auto imbocca gallerie varie, scendendo sempre più verso
l’acqua, finché non ci troviamo a costeggiare un molo dove sono ormeggiati diversi ostelli e bed &
breakfast. Ormeggiati, ovvero
inchiodati in una morsa polare, una lastra di ghiaccio compattissimo, alto
almeno un metro, che ricopre tutta la superficie dell’acqua.
Il nostro battello è il più carino, si riconosce subito:
l’unica macchia rosso fuoco in un panorama in bianco e nero.
Problema: date tre persone, tre valigie, tre bagagli a mano
e tre borsoni, una strada ostruita dalla neve, un pontile in discesa e, infine,
un portone di legno massiccio – peso minimo stimato: due tonnellate – che non
si può bloccare, come faranno le suddette tre persone ad entrare nella
barca-ostello?
Se qualcuno ci avesse filmato, quella sera, adesso potrei
allegare una risposta in formato link Youtube. Ma per fortuna nessuno l’ha
fatto – a meno che ci fosse qualche foca artica o pinguino che di soppiatto
riprendeva da un buco nel ghiaccio.
Insomma, fra portate
in faccia, pezzi di valigie, giubbotti, piedi rimasti incastrati, scontri fra
nasi e schiene e tutto il resto, ci vogliono almeno una decina di minuti per
riuscire ad entrare e atterrare sane e salve sul pianerottolo, leggermente in
discesa.
L’interno è tutto di legno scuro, coperto da tappeti rossi,
vecchi e irsuti; stampe e targhe alle pareti, sembra davvero un antico
vascello. Mi colpisce l’odore dolciastro e tiepido, che diventerà qualcosa di
familiare e accogliente nei giorni seguenti. Ci accoglie uno dei proprietari,
un omaccione svedese con i capelli da metallaro, il pancione da birra e la voce
da gay – già facciamo la nostra bella figura ridendo senza ritegno a quell’ora
della sera, in tutti sono a dormire.
Dopo avere appurato che non prendono euro e che le Postepay
non funzionano, ed essendo munite soltanto di ben 50 corone, pari a 5 euro (o
qualcosa del genere), lasciamo in ostaggio i documenti e scendiamo sotto
coperta, percorrendo un lungo e stretto corridoio rosso alla fine del quale c’è
la nostra stanza: luce soffusa, calda, due letti a castello ben forniti di
coperte di lana, piumini e lenzuola, lo stesso legno scuro e i tappeti rosso
carminio della sala di sopra, un tavolino circolare e un paio di sedie,
caramelle alla frutta su ogni cuscino e piccole finestre adiacenti al soffitto.
E’ meravigliosamente pittoresco. Pensare di essere nella città vecchia,
sommerse dal ghiaccio eppure avvolte nell’amabile tepore di questa barchetta
rossa che sembra uscita direttamente da un film di pirati, circondate da uno
degli scorci più belli di tutta Stoccolma. Non dimenticherò mai quel posto,
quei giorni.
Ci sistemiamo, incastriamo valigie ovunque, facciamo un giro
nei bagni freddissimi e inclinati, poi saliamo nel salone con i computer per la
quotidiana dose di internet. Facendo i calcoli con quelle fantastiche 50
corone, riusciamo addirittura a comprarci un muffin, un cookie e un pacchetto
di patatine. Andiamo a dormire presto, e per quella notte abbiamo anche una compagna
di stanza.
Ci svegliamo più o meno con le galline, perché ci serve
essere all’arena alle 9: qualcuno sui forum ci ha detto che a quell’ora è il
primo appello. Prima marcia fra i ghiacci e le montagne di neve, cercando di
trovare la strada giusta per arrivare dall’altra parte del fiume, dove c’è un
For-Ex per cambiare i soldi; è tutto completamente deserto, a parte noi, la
neve e un venticello gelido non c’è nessuno in giro a quell’ora. E infatti
anche il For-Ex è chiuso.
Quindi andiamo verso il Globen, in metro (T-Bana), comprando
giornalieri milionari.
La zona è bellissima, moderna, si apre con un ponte
costeggiato da bandiere e, dentro, piccoli alberi spogli decorati con luci
bianche e blu danno un po’ di colore al panorama assurdo, sinistramente e totalmente
candido. E ancora una volta, desolato; d’altronde chi è che va a passeggiare in
un’area prettamente commerciale e di uffici, alle otto di mattina? Soltanto noi
e lo spazzaneve.
Ci aggiriamo alla ricerca del “park” dove sarebbe il
ritrovo, ma l’indicazione è troppo vaga e per di più non sembra esserci anima
viva; fa freddissimo, siamo disorientate, io inizio a già a prepararmi
psicologiacamente ad un concerto dalle retrovie, perché non riuscirono a trovare le persone dei numeretti.
Ma proprio quando tutte le speranze sembrano perse,
compaiono due ragazze della lista; chiediamo spiegazioni, le seguiamo e
aspettiamo sotto un portico. Pian piano inizia ad arrivare gente, tutte
svedesi, nemmeno un’altra straniera. Nonostante il sole pallido, fa un freddo
cane; le tre paia di pantaloni, due maglie, due maglioni, sciarpone e piumino
tengono abbastanza caldo, ma quegli stupidi stivali di gomma amburghesi sono
peggio di un paio di infradito. Se non muovo i piedi, rischiano
l’assideramento.
All’arrivo di un trio composto da una rossa, una bionda e
una mora con ciglia lunghissime e rasata laterale, tutta la truppa di ragazze
si allinea in fila, con ordine e silenzio.
Ci precipitiamo subito a prendere i numeri: 48. 49 e 50. Le
ragazze, carinissime, ci accolgono sorridendo e con un: “Welcome to Sweden!”.
Finita la trafila e ricevute le istruzioni necessarie, ci
rifugiamo al caldo di McDonald’s, che nel frattempo ha aperto, e ordiniamo
caffè, cappuccini, muffin e rotolino alla cannella. Il tepore dell’interno e il
liquido bollente che scende giù per la gola sono a dir poco rivitalizzanti.
In attesa dell’appello del pomeriggio, ci dirigiamo verso la
stazione di Polizia; perchè, a quanto pare, il vociare che avevo sentito di
notte non era stato frutto della mia immaginazione, era davvero Marta che
rispondeva al telefono di Ele, e parlava con la polizia, che le comunicava che
un taxista aveva portato lì il cellulare che lei aveva allegramente abbandonato
a bordo. Per la seconda volta. Giriamo per un’ora prima di capire quale degli
innumerevoli uffici è quello giusto, prendiamo il numerino anche se c’è
soltanto un’altra persona, e dopo un’accurata descrizione il cellulare viene
restituito. Naturalmente l’altra persona, davanti alla quale avevamo parlato e
detto cavolate per un quarto d’ora, era italiana.
Tornando ci fermiamo al For-ex, facciamo scorta di corone e
caramelle, e torniamo al Globen; il negozietto di accessori al centro
commerciale ci porta via un bel po’ di tempo e di soldi appena ritirati. Ci
sediamo a pranzo in un bar carinissimo, dove per la prima volta possiamo
mangiare cose sane come verdura, insalata, pasta; e restiamo lì, rifocillate, oziose
e cullate dal calduccio dell’interno, abbandonate e rilassate nella
tranquillità della situazione fila.
Fatto l’appello pomeridiano, torniamo all’ostello per
riposarci e navigare in internet, ritorniamo al Globen la sera, controllo
presenze, McDonald’s, e ritorno.
Il giorno dopo è più o meno sempre la stessa routine:
appello, colazione a McCafé, questa volta ci inseriamo un giro in centro,
abbastanza casuale, lungo una strada piena di negozi e fino ad un punto
panoramico fenomenale. Ritorniamo al nostro bar salutare per pranzo, facciamo
la chiamata, torniamo alla barchetta rossa e io faccio l’esperimento
tragicomico di lavarmi i capelli in quel bagno in discesa, gelido, nella doccia
con getto a tempo che diventa ustionante in pochi minuti. Ardua impresa, ma
alla fine i capelli sono puliti.
La sera al Globen, prima dell’appello, riesco finalmente a
incontrare Maddy, Linn e Johanna in un diner al piano inferiore del centro
commerciale. Era passato più di anno e mezzo, sembrava tantissimo… eppure una
volta che le ho riabbracciate, è come se non fosse più così lontano. Ci siamo
sempre tenute in contatto, e ho ritrovato le stesse persone adorabili di quel
Novembre 2008.
Ci sediamo qualche minuto con loro e le tre organizzatrici,
mentre finiscono di cenare, e già ci danno qualche dritta sulla faccenda fila e
sugli orari; poi torniamo su per fare l’ultima chiamata.
Si imparano tante cose sulle popolazioni facendo questi
giri. Le differenze saltano all’occhio. Le tedesche sono, da un lato,
sicuramente più organizzate delle italiane, forse perché sono abituate da più
anni all’inferno dantesco che sono le masse di fan dei quattro beneamati.
Ma farò questa breve premessa prima di andare avanti, e
spiegare come sono le svedesi; quello a Stoccolma era il primo concerto della
band in Svezia. Il primo di sempre. Ed era solo la terza volta che mettevano
piede in suolo svedese.
Quante volte erano già stati in Italia, prima di quel delirio chiamato concerto di Capannelle? E prima di Modena? E, facendo un balzo avanti, prima di questo Aprile? Eppure ci sono persone, tante persone, che non hanno ancora imparato.
Quante volte erano già stati in Italia, prima di quel delirio chiamato concerto di Capannelle? E prima di Modena? E, facendo un balzo avanti, prima di questo Aprile? Eppure ci sono persone, tante persone, che non hanno ancora imparato.
Cosa succede in Svezia? Le ragazze, queste specie di
creature angelicate tutte acqua, sapone, lentiggini e occhi azzurri, aspettano
quietamente l’arrivo delle organizzatrici; quando arrivano, si dispongono da
sole in una fila ordinata, nessuno spinge, nessuno si lamenta, nessuna cerca di
passare avanti dato che è perfettamente immotivato in quel momento. Una ad una,
danno la loro presenza e si mettono dall’altro lato del porticato.
Come può non venirmi in mente l’appello ad Amburgo: Natze e
le altre in piedi su un tavolo, a dominare la marmaglia mischiata, un po’
seduta, un po’ sdraiata, nascosta fra teli termici, piercing, matita colata e
capelli colorati scoloriti. In tre a
gridare a squarciagola ogni singolo nome, cercando di sovrastare il vociare che
non vuole saperne di interropersi; ogni cinque nomi un rimprovero o un
avvertimento minaccioso.
Ora, mentre a Stoccolma assisto all’ordine religioso con
cui, finito l’appello, gruppetti di 10-15 ragazze si avvicinano ad uno ad uno
alle organizzatrici per ascoltare gli aggiornamenti, comunicati quasi
sottovoce, non può che balzarmi all’occhio il contrasto.
Uma, la ragazzina italo-svedese che ci si è presentata il
primo giorno, ci conferma che dovremo presentarci lì alle 5.30.
Felici e contente di poter evitare un’altra notte fra i ghiacci,
prendiamo la metro e scendiamo in centro, dirette a quello che si rivela essere
il Pizza Hut più elegante della storia. Velluto rosso, lampadari di cristallo e
specchi – è quantomeno assurdo trovarsi in un posto del genere a 24 ore dal
concerto. Ma passiamo una bella serata, con tanto di cameriere pelato mezzo
pazzo che ci riconosce subito per via dei numeretti, e non si risparmia un
commento o una domanda ogni volta che ci passa a fianco.
Torniamo, internet e sotto le coperte, puntando la sveglia
prestissimo.
Attraversiamo il ponte verso la metro alle 5, sotto quel
cielo viola che non si distinguerebbe dalla distesa d’acqua ghiacciata, se non
fosse per le piccole lucine gialle sull’altra sponda. Il vento taglia la pelle
tanto è freddo.
Alle 5 e mezza siamo al Globen, calate in un’atmosfera
totalmente surreale e sinistra… solo noi, in questa zona ora deserta da cui
sembra essere stata risucchiata la vita che la popola durante il giorno; dove
tutto è monocromatico, i palazzi, le colonne, la neve, che sembra
isolarci dal mondo e rende tutto più piccolo.
Ma non è bianco, è blu, blu elettrico, anche le persone sono
blu come tanti puffi. Perché le lucine blu sugli alberi spogli sono accese.
Un adorabile omino della Live Nation arriva verso le sei, proprio
mentre inizia a sorgere il sole davanti a noi; spiega il da farsi e ringrazia
le ragazze che hanno organizzato. Siccome siamo solo noi le forestiere, lo dice
solo in svedese e una ragazza accanto a noi ci traduce, senza nemmeno bisogno
di chiederglielo.
Ci infiliamo in una fila di transenne cortissima, tutte
ammassate anche abbastanza a caso; ma ci dicono che è solo provvisorio. Dieci
minuti dopo siamo già fuori, a McDonald’s, a fare colazione. E la giornata
passa così: dentro e fuori, ma principalmente dentro. A parte poche coraggiose
che restano sdraiate a terra nei sacchi a pelo, le altre sono tutte in giro;
qualche ricognizione a vedere la fila che si allunga, pausa pranzo sedute per
terra nel centro commerciale come delle barbone, mangiando insalate
confezionate. Quando ci muovono nella fila vera e propria, resto un attimo
interdetta… Non c’è transenna, solo un nastro di plastica. E’ strettissima e
completamente nella neve. Ma anche qui, molliamo cartoncini presi al
supermercato e telo termico, per tenere il posto, e ce ne andiamo come tutte le
altre. Capatina in ostello per darsi l’ultima sistemata, poi ritorno lì e
ultime ore di attesa. Come sempre, sofferenti.
Ricordi sparsi: noi che guardiamo fuori da una porta a
vetri, e io che muoio di mal di pancia; Linn che ci dice di aver visto il cane
di Tom con l’omino che lo porta a spasso; Kenza e Mirre che distribuiscono
volantini in fila, Marta che ci mette dieci anni per decidersi ad andare a fare
una foto, le svedesi che ce la indicano con sguardi maldicenti; tutto il centro
commerciale imbottito di fan, soprattutto McDonald’s; noi che, sedute ad un
tavolino, compiliamo liste di date crucche e Ele che scrive le sue sulla
bandiera; un venditore ambulante che cantilena cercando di rifilare alla gente tappi
per orecchie.
Ad una certa ora, riprendiamo il nostro posto in fila. Forse
verso le quattro, quattro e mezza.
L’attesa è interminabile, anche o forse soprattutto per il
freddo: perché chiaramente, decide di mettersi a nevicare proprio in quel
momento. Nevicare forte, e con vento. Il suolo è gelato, e quei maledetti
stivali di gomma non aiutano. Devo muovere continuamente i piedi. I minuti
passano, passano, passano lentissimamente. Scende il buio, ci fanno mettere in
fila ordinata tre per tre, seguendo la numerazione.
Uma passa per darci la rosa della nostra piccola fanaction:
è arancione, da lanciare al primo ritornello di Noise. Ci distribuiscono anche
i bracciali per la fossa.
Passano le sei, ci comprimiamo un po’, non si capisce perché
non aprano… le Vampire cantano con delle voci da funerale. A un certo punto
decido anche di smetterla di cercare di tenermi caldo perché è inutile; tanto
ormai non sento più piedi né mani, e sono convinta che al primo passo i miei
piedi surgelati si spezzeranno in due.
A un certo punto gli omini della Live Nation urlano di non
correre, e che alla prima che corre taglieranno il braccialetto.
Aprono con una tranquillità quasi imbarazzante.
Procedo, passo il controllo biglietto, entro. Perché c’è un
accrocchio di gente ferma?
Un signore, davanti ad un portone rosso, sta ribadendo di
non spingere e non correre. Poi lo apre, la massa si muove avanti. Noto subito
che c’è qualcosa che non va.
Perché il palco è… sotto?!
Scale.
Dobbiamo scendere le scale.
Panico.
Dei ragazzi della sicurezza si piazzano davanti e ci fanno
andare giù lentissimamente… ma c’è comunque chi spinge, e per poco io non cado,
resto un po’ indietro rispetto alle altre (ti pareva).
Ripeto a Marta fino allo sfinimento di tenere il posto.
Arrivo al cancelletto della fossa, mi controlla il bracciale
e corro verso l’altro lato, il nostro posticino amoroso.
Svolto l’angolo e… ci sono solo Ele e Marta, sedute
esattamente nell’angolo, che fanno gesti di gioia!
Siamo le primeeeee!!!!!
*Squilli di trombe e fanfara in festa*
Foto di rito, esaltazione, messaggi e tutto il resto!
La gente arriva e la facciamo sedere.
L’arena da dentro è bellissima. Enorme, altissima, rotonda,
ha anche una specie di cupola. Ed è tutta rossa.
Dopo un tot. Di persone, bloccano l’accesso alla fossa, e lo
riapriranno solo un’oretta dopo per riempirla, pochi minuti prima dell’inizio.
Che civiltà! *_*
Quando ci alziamo, ormai sappiamo già a memoria tutta la
prassi: World Behind My Wall truzza, ancora quattro o cinque canzoni, arrivo
dell’omino volante, e dopo un quarto d’ora dalla sua ascesa ai piani alti, le
luci si spengono.
Il palco è stupendamente vicino, la visuale perfetta.
Quando inizia è il delirio. L’arena non è affatto piena, ma
si fa sentire…
Come da manuale, alla sua apparizione i miei occhi diventano
una specie di caleidoscopio pieno di stelline e cuoricini sbarluccicanti, e mi
perdo nel mio mondo.
Il crescendo della prima strofa, e poi … Make some noise!
…
Oggetti volanti non identificati appaiono da tutt’intorno a
me, percorrendo traiettorie a parabola.
“… O.o Eh?”
Lo sguardo mi cade in basso, sulle mie mani, e realizza:
“Ah! La rosa!”
Scoppio a ridere da sola, perché dopo tre giorni a parlarne
sono bastati venti secondi di concerto per cancellarmelo dalla mente. E va beh,
ormai è andata… la lascio andare per terra!
E’ stato un concerto stupendo, davvero pieno di energia, di
grinta da parte di tutti!
Penso che abbiano riconosciuto la bandiera, la nostra
postazione, forse anche noi? Di certo ci sono arrivati tanti sorrisi, di certo
non è sfuggito il nostro entusiasmo.
Personalmente, è stato bellissimo essere lì presente al loro
primo concerto svedese, in un’arena fantastica, in una città stupenda, dopo
aver avuto a che fare con persone così adorabili. E’ stato spiazzante quando Bill
ha detto qualcosa tipo, “So che ci avete aspettato per tanto tempo, e fuori
faceva così freddo…”
Che lui parlasse di noi fuori al freddo. Sul palco.
Spiazzante… sì.
C’è stato un momento strano, poi. Uno dei miei epiphany moments, che mi piombano addosso
da un secondo all’altro come improvvise prese di coscienza.
Suonavano World Behind
My Wall, fra i fasci di luce bianca. D’un tratto mi sono ascoltata
pronunciare quelle parole, e ho sentito un brivido caldo.
Loro sono stati, loro sono
il mio mondo oltre il muro… il muro che soltanto grazie a loro ho potuto
scavalcare e lasciarmi alle spalle; e in quel preciso istante, lo stavo
vivendo. Lo stavo vivendo in quello che forse è il modo migliore di vivere
questo mondo, in prima fila ad un concerto, con delle amiche, in un paese che
amo. Loro lì davanti. Lui lì davanti, che in qualche modo parlava, cantando,
della mia storia con loro.
E’ stato come un apice di qualche secondo. Che mi ha fatto
sorridere e un po’ commuovere.
Poi…
Fatemelo scrivere. Lo so che è infantile e stupido, ma per
la bambinetta di 8 anni che c’è in me (ed è molto insistente) ha un valore, è
un bel ricordo, un ricordo tenero almeno. E sì, lo so che il valore ce l’ha
soltanto per me e nessun altro al mondo, ma è così che va. Ci si attacca a
piccolissime cose, gesti, sguardi, sorrisi, e si portano nel cuore come una
collezione di piccoli rubini: inutile, ma bella e preziosa. Tanto.
Tutto questo per dire che al rientro sul palco per le
acustiche, in quei brevi attimi in cui si siedono e si sistemano sugli
sgabellini, lui guardava il pubblico, con quel sorriso luminoso che gli fa
venire le fossettine di fianco agli occhi.
Guardava proprio giù dove eravamo noi, e già così era
tenero…io come sempre ho salutato con la mano.
Lui ha salutato con la mano.
Il mondo ha smesso di girarmi sotto i piedi per un attimo.
Hanno iniziato a suonare, ma io mi stavo ancora guardando
intorno come per cercare conferma di non essermelo sognato. Perché sembrava di
stare in un dvd o in un video di YouTube.
Invece era vero… e, beh. Solo questo.
Agli altri 5.999.999.999 esseri umani sul pianeta non
interessa un tubo, ma io non me lo dimenticherò.
A fine concerto ho una gamba praticamente rotta e la schiena
anche. Un rottame vivente.
Raccolgo coriandoli come al solito, provo a cercare Maddy ma
è impossibile. Ci incanaliamo per
uscire, nella bolgia riesco anche a prendere una locandina del tour.
La metro è imbottita di fan come un panino, sto in piedi ad
incastro cercando di salvare il poster dall’essere spiaccicato; entriamo in un
negozio alla nostra fermata per comprare qualcosa da mangiare, percorriamo il
ponte e arriviamo al battellino con le facce arrossate dal vento. Internet,
pigiama e nanna. Anche se è davvero difficile addormentarsi dopo un concerto
così.
Giuro che è stato tristissimo andarsene.
Riempire le valigie, chiudere la stanza, salire in taxi. Al
City Terminal facciamo colazione, aspettiamo il bus, un macello per prendere il
biglietto perché non abbiamo più corone e non prendono la PostePay. Dobbiamo
prelevare e ricambiare.
Lungo viaggio fra le nevi fino ad Arlanda e i suoi infiniti
Terminal.
L’attesa al check-in di EasyJet, in cui già parlavamo di
Milano e del delirio preannunciato. Cambiare in corone un’altra volta per
pagare il bagaglio in più. Andare al piano di sopra a pranzare e dimenticare
giù la locandina. Andare al gate, aspettare, imbarcarsi.
Decollare.
Stai tornando.
Undici giorni, tre paesi, tre città, tre concerti, quattro
aerei, un treno, tre navette, innumerevoli pullman e metro e taxi, tre ostelli,
valigie scarrozzate ovunque e da gettare direttamente in lavatrice, nulla
escluso. Una marea di ricordi e risate nel cuore. Undici giorni che sono
sembrati undici mesi. Di cui è impossibile, per quanto io ci provi, elencare
tutto, tutte le cose belle… Sono quelle esperienze che, in un modo o
nell’altro, ti cambiano. Anche se in minima parte, anche se impercettibilmente,
ti cambiano. Ti entrano dentro, si attaccano alla fibra del tuo essere, o non
fosse altro che per questo ne esci un po’ diverso. Arricchito. E non le
dimenticherai.
Ora sei sull’aereo, guardi le nuvole e pensi che stai
tornando.
E sì, rilassante da un certo punto di vista.
Ma già senti il vuoto. Già ti sta mancando.
I venti chilometri a piedi per arrivare al ritiro bagagli
del Terminal vecchio di Malpensa sono insopportabili. Arrivano le valigie, ci
salutiamo e usciamo.
Rido quando il papà di Marta le viene incontro e saluta più
me che lei, e lei da dietro fa i versi.
Poi trovo la mia mamma e andiamo.
Non poteva che concludersi con una risata… =)
*_* io ali nn so mai cosa dire quando scriviii!!*_*
RispondiEliminamarta