domenica 25 aprile 2010

A Humanoid Tale. Chapter3


-Secondo me, se ci mettiamo giù così siamo più piccole di una macchina!-
La folgorante idea di Erika di ammucchiarci a creare una specie di igloo umano e ricoprirci con la cerata (che, a detta dell’immagine illustrativa sulla confezione, dovrebbe riuscire a coprire un’intera auto), per ripararci dalla pioggerellina che inizia a scendere, non ha un grande successo.
Dopo nemmeno un’ora di vita, il nostro caldo cantuccio viene smantellato e i nostri piedi devono rinfilarsi nelle scarpe ghiacciate e umidicce.
Ci spostiamo poco più in là, in mezzo alla strada per l’esattezza, dato che è l’unico punto libero da pozze d’acqua e stratificazioni di ghiaccio. Ammassiamo i sacchetti di plastica e aspettiamo.
Aspettiamo.
Aspettiamo.
La noia, il freddo, l’agitazione e un delirio mentale crescente ci portano ad iniziare a girare in tondo attorno al mucchio di borse, esclamando “Hey Mela!” o “Hey Pera!” ogni volta che ci incrociamo. Un passatempo pieno di significati profondi che solo menti eccelse possono comprendere.
Poi arriva. La macchina verde bottiglia scalcinata frena con l’ennesima sgommata, Natze si affaccia e annuncia gloriosa che la sicurezza ha deciso di tenere buona la nostra lista.
Urla di gioia.
Iniziano a chiamarci poche alla volta per distribuirci braccialetti di carta con la scritta: “Humanoid City Camp 1ste Reihe – 28.02.2010 Hamburg”; dopo aver gridato le istruzioni a squarciagola e in due lingue per cento volte, iniziamo a incolonnarci dietro la macchina, addetta a scortarci a velocità di crociera fino alla Colorline.
“Perché non possono tutte ascoltare, come fate voi? Le fan tedesche sono stupide.”
Dice Caddy. Non hai ancora visto quelle italiane.
Non si corre, non si usa violenza e non si discriminano le straniere. Queste sono le giuste regole.
Quando la fila è fatta, inizia la seconda marcia della morte. Un centinaio di desperados che avanzano trascinando borse, borsoni e trolley, imbardati fino alla punta dei capelli come tanti omini Michelin con facce da zombie.  Ogni tanto il passo aumenta, ogni tanto ci si ferma. C’è Ube davanti a noi che dà indicazioni urlando.
Già lo sapevo che quel momento sarebbe entrato nella storia. Già pensavo a quando l’avrei scritto e a come l’avrei ricordato.
Ci infiliamo in una serpentina di transenne già pronta, fino ad un ingresso nascosto, praticamente l’unico che non avevamo contemplato nel nostro sopralluogo. E lì, dopo un rituale litigio con qualche bimbominkia quattordicenne crucca con la “s” sifula  che crede di fare la furba, ci appostiamo per la notte. Lo spazio è poco, dobbiamo incastrarci.
Sei larve umane distese al suolo, incastrate fin quasi all’immobilità, teste e piedi alternati ma indistinguibili, inghiottite come siamo dai sacchi a pelo. Dico ciao alla montagnetta di ghiaccio che c’è dietro la mia nuca e la copro con lo zaino per evitare il surgelamento dei neuroni già poco dinamici. Le gambe si appoggiano con grazia da pachiderma sulle spalle di Chiara e Claudia.
E ora che non posso più muovermi da questa amena posizione, proviamo a dormire.

Fra Hamburg e Rotterdam è difficile scegliere quale sia stata la nottata peggiore. In Germania però penso di avere dormito, almeno un pochino. Anche se letteralmente scossa dai brividi dalla testa ai piedi, ancora una volta con i conati di vomito e la voglia di piangere dal freddo; ma a tratti riuscivo ad addormentarmi.
Per fortuna, nelle ore vicine all’alba, qualcuno decide di portare un po’ di sane risate all’interno del mio sacco a pendolo.

“I have to go to the bathroom! B.A.T.H.R.O.O.M. ! Pshhhhhhhh!”
Una gentil voce d’usignolo spezza il placido silenzio della notte.
Si sentono movimenti di frasche e voci, gente che va e gente che viene. Penso di essermi riappisolata. Dopo un po’, mi risveglio al suono della stessa voce, proveniente esattamente da dietro di me, probabilmente a tre centimetri dalla mia testa, che chiede con fare insistente: “Ma dov’è l’Alice?! Dov’è finita?!”
Qui babba, mi verrebbe da dire, ma è troppo divertente lasciarla alla sua ricerca fra le larve.

Alle sei i bruchi si risvegliano.
La mattinata è tumultuosa, fra ulteriori battibecchi, gruppi di fanatiche violente che si piazzano davanti a tutte, discussioni e altra ordinaria amministrazione. Alla fine della fiera, ci accaparriamo i bracciali arancioni della security e leviamo le tende verso l’ostello.
La fila non si farà prima delle quattro.
Abbiamo tempo di rimetterci in sesto, passare a McDonald’s a fare rifornimenti e poi tornare di volata all’arena, sotto la tettoia, sedute per terra a mangiare.
Nelle ore che precedono l’apertura, arrivano Fede, Giada, Ale e Chiara.
Prima delle quattro inizia a formarsi la coda, accompagnata ancora una volta da “tu eri dietro” e “tu hai superato” vari. Ci compattiamo sempre di più, mentre inizia a piovere e un povero diavolo con una cesta piena di bretzel cammina avanti e indietro cercando di venderne qualcuno.
Alcune vichinghe crucche si armano di scarpe con tacco, ma sapientemente decidono che non sono il meglio per correre; quindi nell’attesa restano a piedi nudi sul cemento freddo, bagnato e ricoperto da rifuti e frammenti di ogni cosa.

Quando aprono mi prende un colpo, pensavo ci fosse da aspettare ancora un po’.
Ma siamo fra le prime a passare, attraversare il portico cosparso da picchetti che vietano di correre, arrivare alle quattro file di controllo.
E che controllo.
Siamo praticamente ferme, perché esaminano ogni tasca e ogni oggetto nei minimi particolari.
Batticuore accelerato.
Marta mi guarda con gli occhi sgranati dalla fila di fianco.
“Mi viene da piangere.”
Eh no!
Si fa quel che si può: infilo le mani in tasca e artiglio tutto il contenuto in modo da poterlo già mostrare alle guardie. Macchina fotografica, cellulare, biglietto, carta d’identità…
“Qui cos’hai?”
Merda, la molletta nella tasca dei pantaloni.
“Una molletta per i capelli”
“Ok vai”
Via!
Controllo del biglietto, il signore me lo strappa e prende anche la carta di identità.
Ma sei stupido?
“Ho più di 18 anni!”
“Ah, ok, allora vai!”
E grazie.
“Ali aspettami, così entriamo insieme!” mi giro e c’è Chiara che si sta facendo strappare il biglietto.
Due secondi e mi raggiunge, andiamo insieme verso il portone in fondo al corridoio, siamo dentro, non capisco niente, non capisco nemmeno se c’è già tanta gente o no.
I picchetti impediscono ancora di correre.
“Vai da Georg!” farfuglio.
All’ingresso della fossa ci controllano il bracciale arancione.
Entriamo, giriamo a destra,  è quasi tutta libera!
Ci buttiamo di fianco a Ele, che è di fianco alle organizzatrici.
Transenna!!!

Cosa si prova quando tocchi quella sbarra di ferro?
Cosa si prova quando ti ci butti addosso come se fosse la tua ultima ancora di salvezza e allarghi le braccia e inizi a colonizzarla con la tua felpa, il tuo giubbotto, la tua bandiera, perché quel mezzo metro di metallo sarà il tuo posto, la tua finestra sul palco, lo stupendo spazio vitale da cui tu condividerai due ore di emozioni con loro, là sopra?
Cosa si prova a rendersi conto di avere raggiunto la prima fila al concerto forse più ambito di tutto il tour, forse più emotivamente sentito per loro, quello a casa loro?
Uno scoppio di gioia elettrizzante, di quelli che se potessi andare in giro a saltellare e gridare per tutta l’arena come un puffo pazzo, lo faresti! Ma chiaramente resti attaccato alla magica transenna =)
Ci sediamo tutte, di fianco a me ci sono due francesi che ci separano da Marta, Claudia e Erika.
E riusciamo a rimanere sedute un sacco di tempo, a distribuire starlights, ripassare l’eyeliner, scrivere sul retro dei cartelli, socializzare con quelle dietro (il che è sempre un bene, dato che il panico riguardo ai miei vicini di concerto non svanisce fino a che non si è concluso).
C’è ancora l’omino dei bretzel che va in giro con la sua cesta di cose untuose e odorose di formaggio.
A un paio d’ore dall’inizio però dobbiamo alzarci.
L’arena piano piano si riempie, si popola di cartelloni in tedesco e in inglese, bandiere di un po’ ogni parte d’Europa; fra cui quella tricolore, enorme, indimenticabile.
Die italienische Mädchen sind da.
Era a Parigi, sempre in quel punto, in quell’afoso giugno del 2008, mentre ci cuocevamo nell’attesa che iniziasse il concerto, mentre il cielo da azzurro diventava indaco e poi blu cobalto, mentre quei fuochi rossi salivano in alto ed esplodevano fra le scintille.
Ora è qui, siamo tutte qui insieme.
Mi viene un brivido a pensarci.

Un dj set che riscalda un po’ l’atmosfera, poi la consueta mezz’oretta per il controllo degli strumenti con la solita colonna sonora di sottofondo.
World Behind My Wall remixata
Chiara si ingegna per imparare a memoria qualche strofa ostica in tedesco.
Ich weiss nicht was kommt, ich weiss nichts was war, ich weiss nur du bist nicht mehr da.
C’è un cartellone bellissimo che dice “We are ready to feel”.
Un altro, di fronte alla passerella, dice “Hagen, lass uns dein Klopapier sein”.
Arrivano gli omini volanti dei riflettori.
Questa volta gli tocca arrampicarsi su una scaletta di corda pericolante, per salire su.
Ad ogni modo è un segno inequivocabile.
Infatti, pochi minuti dopo, tutto si spegne.

C’era qualcosa di speciale nell’aria.
C’era nel modo in cui Bill ha chiamato “Hamburg!” alla prima pausa, nel modo in cui l’ha chiamata la sua città preferita.  C’era nelle parole, negli sguardi, nei sorrisi; come se conoscessero ognuna delle 7000 persone che riempivano l’arena, c’era un’atmosfera di familiarità e spontaneità.
La risatina con cui Bill ha letto il cartellone per Georg, il suo gesto di risposta ironicamente rassegnato. Il modo di rivolgersi al pubblico e semplicemente il loro stare sul palco quella sera, era tutto così naturale, come se ci fosse un rapporto ormai consolidato, quasi un’intimità. O forse è solo mia autosuggestione…
Però è stata la prima volta che ho creduto che quella scia nera sulla guancia di Bill, durante Geisterfahrer, fosse davvero una lacrima. Commozione, emozione, felicità… non è così strano pensare che qualcosa l’abbia fatto piangere quella notte.

Trovarsi con i suoi occhi nei tuoi è qualcosa di abbastanza traumatico.
Anche se per tre secondi, anche se sta semplicemente dando uno sguardo di sotto prima di annaffiare la folla con la bottiglietta, per vedere quanti morti e feriti può fare.

Sono quegli occhi.
Quei due frammenti d’oro affusolati, ombreggiati di nero, che in un nanosecondo ti congelano, poi  ti bruciano e ti sciolgono.
Così.
E resti lì paralizzata, con le pupille ridotte a un puntino e il cuore a mille, come se fosse pericoloso, eppure vorresti che quell’attimo rallentasse per durare sempre di più.
E non importa se è stupido, infantile o assurdo, sono sensazioni che è bello provare, e va bene così.

I fogli con il tao e la scritta “Ihr/Wir” hanno emozionato anche me… così semplice e così diretta. Sulle note di Für immer jetzt, che già di per sé fa versare fiumi di lacrime.

Uno dei concerti più belli di sempre. Per tutto… la prima fila, i giorni passati insieme prima, Hamburg… che per una miriade di motivi e storie è una città che porto nel cuore. Ed essere lì, sotto al palco, davanti ad uno spettacolo stupendo, sapendo che anche per loro quattro è speciale, e viverlo vicino alle persone, conosciute grazie a loro, a cui voglio più bene… beh è qualcosa che si definisce da solo. E devo ringraziarvi, davvero.

Il giorno dopo piove a dirotto.
Tentiamo l’aeroporto, andando in autobus, ma non c’è nessuna certezza e soprattutto nessun segnale positivo. Così finiamo semplicemente per fare colazione e poi tornare in hotel. Ci dividiamo, ognuno ha da andare in una stazione o aeroporto diverso. Io, Ele e Marta stiamo un po’ nella sala colazione a navigare sui forum.
Quella giornata è uno strazio, ovunque mi siedo mi addormento.
Sulla metro cado in brevi sonni profondi fra una fermata e l’altra, poi è la volta della navetta verso Lübeck. A quel piccolo aeroporto casalingo che ormai è una tappa fissa.
Paghiamo i bagagli, Marta fa strane costruzioni per togliere peso alla sua valigia, aspettiamo nel capannone che raccoglie tutti i gate congetturando su un gruppo di ragazze che era sul pullman. Usiamo un po’ internet e facciamo qualche scoperta quella prossima lista che ci aspetta, mangiamo, finalmente ci imbarcano. Mentre siamo in coda mi viene la geniale idea di raccontare la barzelletta delle uova e del kiwi, che naturalmente fa ridere solo me e Marta. x)
Mi addormento anche sull’aereo.

Skavsta, l’aeroporto secondario di Stoccolma, è deserto. Prendiamo i biglietti per la navetta e ci fiondiamo fuori, accolte da un metro di neve a terra e un freddo ibernante. Trovato l’autobus giusto, prendiamo posto, ed inizia un viaggio lungo un’ora e mezza attraverso oscure e desolate lande.  Sonnecchio anche qui.
Non c’è nessun rumore, se non il fruscio attutito delle ruote sulla strada. Spazi ampi, piatti, vuoti, dipinti di blu-nero.
Neve, neve da ogni parte.
La città è splendida e maestosa di notte, con i suoi palazzi di vetro, i ponti e le strade ampie e libere spazzate dal vento.
L’autobus ci lascia al City Terminal. Ci ritroviamo avvolte nei turbini di neve che scende dal cielo, trascinando faticosamente le valigie in mezzo allo spesso manto che ricopre l’asfalto. Fa freddissimo.
Troviamo un taxi, ci assicuriamo di poter pagare in euro e lo indirizziamo subito alla volta del Globen.

.Alix

Coming up next:

Un'entrata in scena da Oscar! x)

2 commenti:

  1. la barzellettaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!! ahahahahahahahha!!!!!

    non me la ricordo ma rido cmq!!XD

    oddio...l'entrata in scena è stata la migliore mai fatta! ahahahahahah

    marta

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