Prima che il sole sorga saliamo sul taxi prenotato la sera
precedente, ed arriviamo al piccolo aeroporto di Rotterdam, ancora deserto. Ci
vuole un’ora prima che qualcuno si degni di aprire il nostro check-in, e nel
frattempo non mi faccio scrupoli ad addormentarmi con la testa sul trolley.
Facciamo colazione ad un self-service e poco dopo ci imbarchiamo.
La sorpresa?
A quanto pare sarà un mini aeroplano, con eliche bene in
vista e sì e no 50 posti, a portarci in Germania; per di più fa freddissimo.
Ancora!
Non è per niente rassicurante, ma in compenso vedere i
colori dell’alba del nord Europa da sopra le nuvole è qualcosa di unico e
incantevole…
E poi ci danno i cioccolatini!
Dormo tutto il tempo, ovvero non più di un’ora.
Alle nove, nove e mezza, siamo già in quel posto familiare
che è il ritiro bagagli dell’aeroporto di Amburgo. Un solo nastro in funzione,
le valigie ci mettono poco ad arrivare e nel frattempo chiamo Chiara al
cellulare… lei, Erika e Claudia sono già all’ostello. Mi risponde con voce impastata,
stava ancora dormendo, avevano capito che saremmo arrivate alle nove di sera;
ma nel frattempo mi mette al corrente della situazione fila.
Premessa: eravamo partite da Rotterdam dicendoci, “Ci sono
già 200 persone in Germania. Arriviamo un’ora prima del concerto e stiamo in
fondo, inutile accamparsi per stare in quarantesima fila piuttosto che in
quarantunesima.”
Ma la verità è che di accampati non c’è proprio nessuno,
perché è severamente vietato farlo; ragazze tedesche che ci hanno provato sono
state cacciate da ronde della polizia, più volte.
Prendiamo un taxi per l’Arcade Hostel.
La città è ammantata di neve, e sta nevicando. E’
bellissima.
Tornarci mi strappa un sorriso, ogni volta… è un po’ come
arrivare a casa, in un posto familiare dove sono disseminati tantissimi
ricordi.
Attraversando quei posti conosciuti, ora incorniciati di
bianco, arriviamo sullo stradone del nostro ostello, ed entriamo nella piccola
reception rosso scuro. Chiara ci viene incontro struccata e mezza in pigiama, e
dopo il check-in andiamo a rompere le scatole al resto della truppa, accampata
in una stanza doppia.
Serve ancora del tempo perché ci preparino la stanza, e nel
frattempo, in piedi in mezzo al corridoio e con le valigie ad intralciare il
traffico, rimuginiamo se confessare o meno il fatto che in realtà siamo più di
quelle che dovremmo essere. Alla fine il buonsenso ha la meglio, e otteniamo di
poter stare in tre nella nostra doppia, dormendo in orizzontale sul letto
matrimoniale.
Nell’attesa delle 11, passiamo un po’ di tempo su internet
nella sala della colazione, poi io e Marta partiamo per quella che sembra
l’impresa del secolo: trovare un adattatore per la presa della corrente. Il
negozio di elettricista è chiuso, il supermercato non li ha, camminiamo fino a quella
specie di Saturn tarocco chiamato MiniMax, aspettiamo l’apertura e anche
lì, niente da fare. Torniamo dall’elettricista, che nel frattempo ha aperto, ma
evidentemente in Germania non hanno idea di cosa siano gli adattatori. Missione fallita. In compenso ho
trovato il modo di spendere soldi con uno shampoo e una memory card nuova =)
La stanza è minuscola, è tutto incastrato stile tetris. Per fare un passo in
qualsivoglia direzione, c’è una valigia da scavalcare. Arriva il tanto agognato
momento di una doccia con lavaggio capelli, finalmente.
Dopo quel paio d’ore necessarie a tutte quante per
rimettersi in sesto, fra phon, piastre, diffusori, turbanti di asciugamani,
creme, spazzole, specchi appannati, esseri che si aggirano da una camera
all’altra in accappatoio, mezze gocciolanti, con un traffico incessante di
bottigliette dal contenuto variabile… siamo apparentemente pronte per salire
sul taxi e fare una ricognizione al luogo incriminato: la Colorline Arena.
Per definire la sua collocazione non esattamente “alla
mano”, mi verrebbe in mente una celebre locuzione Meaniana risalente a una
serata Amburghese di due anni fa. Ma non la riferirò per senso della decenza x)
Dopo il giro completo, ombrelli che si ribaltano, poster di
concerti appetitosi e speculazioni varie sull’ingresso, decidiamo di tornare.
…Ok.
…Da che parte?
Ma naturalmente, per un sentiero infinito che si addentra
nelle nevi e nei boschi, in una zona industriale che puzza di cacca, e per di
più con un freddo gelido e i Moon Boot che hanno felicemente deciso di
sfondarsi e inzupparsi proprio in quel momento. Fino alla stazione di Stellingen,
e da lì verso il centro.
Rathausmarkt….!!
Attimo di commozione usuale e necessario.
Il pomeriggio passa splendidamente, dopo avere comprato dei
pacchianissimi stivali di gomma floreali, si va di pranzo al bar italiano di
fronte a Snipes, poi a Snipes, caffè a Starbucks di fianco a Snipes…
sì, poi ci scolliamo da Snipes per
andare a Karstadt a comprare
orecchini e materiale da cartoleria per mettere in opera certi piani, poi a Saturn per comprare un bel tubo da cento starlights. Ebbene sì, troviamo anche un adattatore.
Quando ormai è già buio, ci ripartiamo alla volta della
Colorline in u-bahn: Chiara, Erika e Claudia hanno un fantomatico appuntamento
con un paio di ragazze tedesche. Ma in realtà rimarremo lì quasi due ore ad
aspettare a vuoto, disperse nel nulla, con il freddo come un miliardo di tagli
in filo di lama, su tutta la pelle.
Cominciamo il nostro lavoro di cartelloni, e proprio sul più
bello, quando è tutto terminato e siamo in procinto di levare le tende (o
almeno così vorremmo, perché chiamare un taxi è impossibile), ecco che dal
silenzio e dal nero sfreccia, sgommando, una macchina scalcinata, e inchioda di
fronte alla scalinata. Ne escono quattro tedesche infuriate, che presto ci sono
davanti e inveiscono cose poco carine… ma ci vuole poco a chiarire tutto.
Ci informano della lista che stanno facendo e, dato che di
fronte all’arena è vietato stare,
e che la sicurezza non vuole sapere niente di numeri, ci danno le indicazioni per arrivare al
loro ritrovo segreto. “Dritto, poi dopo
il bar a sinistra. C’è un parcheggio”
E sgommano via in macchina.
Facile no?
No.
Due chilometri a piedi, al buio totale, di quelli che non
vedi ad un palmo dalla punta del naso, facendo avanti e indietro su questo
stradone disseminato di pozzanghere, perdendoci in sconfinati parcheggi deserti
seppelliti da due metri di neve e graziosamente decorati da impronte canine
decisamente troppo grandi e troppo solitarie per essere di un barboncino da
compagnia… >_>
Sembrava una marcia della morte. Almeno ci siamo riscaldate.
Non so bene come, ma alla fine ci siamo arrivate a quel
maledetto posto. Uno spiazzo di due metri per due, dove le simpaticone (in quel
momento le odiavo profondamente, scusate), comodamente sedute nella loro auto
fornita di cuscini, coperte, patatine e riscaldamento, prendevano i nomi e
dettavano le regole. Due chiamate quotidiane, alle 12 e alle 18.
L’obbligo di dormire fuori soltanto dal venerdì.
Ah, apparentemente siamo intorno al 30-40 come numeri.
Ci guardiamo nelle palle degli occhi giusto quei tre secondi
necessari a capire che siamo tutte d’accordo: non possiamo dormire sui ghiacci
perenni, nemmeno se soltanto da venerdì. Se le vichinghe crucche hanno la pelle
d’acciaio inossidabile e ci riescono, bene per loro, ma noi vorremmo arrivare
al concerto senza principi di assideramento. Con fare deciso bussiamo al
finestrino delle organizzatrici e spieghiamo la pappardella, e loro si mostrano
comprensive e ci dicono che non vogliono farci morire quindi sì, potremo fare
qualche ora di dormita in ostello.
Soddisfatte dei risultati ottenuti, ci avviamo indietro per
prendere la s-bahn, costeggiando stradoni trafficati e spettegolando di questo
e di quello. Un omino spettrale ci guida fino alla stazione, facciamo una
fermata, fino a Stellingen, e dà lì due taxi fino all’ostello. Ma una volta lì
decidiamo che abbiamo fame, e ci sediamo per una mezz’oretta al bar di una
stazione di servizio a bere caffè e mangiare biscotti dal sacchetto.
Dopodichè, casa, internet e nanna.
Onestamente non mi ricordo con precisione come siano passati
i tre giorni seguenti. O meglio, non saprei mettere le cose in ordine. Al di là
degli appelli nella tundra, mi ricordo una bella mattinata di shopping a Martkstraße
con pranzo in un tipico locale crucco; mi ricordo bene anche la cintura e gli
stivaletti che, per senso di pseudo-responsabilità, non ho comprato. Mi ricordo
un altro pranzo al bar italiano del centro, con tanto di esibizione magistrale
delle statue di cera in vetrina, e un negozio lì a fianco che doveva essere
nuovo, coloratissimo e pieno di cose psichedeliche. Mi ricordo una gita al
Pimkie e al negozio di spezie e cose per la casa. Mi ricordo una colazione a
base di pancake al bar Pik-Nik, disperso nel nulla insieme alla Colorline
Arena. E naturalmente le innumerevoli visite al McDonald’s e McCafé, per
colazione e cena, sempre rigorosamente a piedi, spesso sotto l’ombrello, spesso
cantando a squarciagola per il diletto di tutto il circondario. Ricordo qualche
intervista per RTL, e le nostre corse supersoniche da una stanza all’altra per
poi rivederci in televisione.
‘Ste raccomandate che
se ne vanno a fare la fila in taxi.
Penso fosse la tarda mattinata del 27 quando abbiamo fatto
la spesa e ci siamo tutte ritrovate al parcheggio, organizzate per rimanere lì
fino al 28, per poi in realtà rimandare il tutto alla sera. E la sera il nostro
taxi ha sbagliato strada, ci ha fatto fare mille chilometri più del necessario
per poi mollarci dall’altra parte dell’arena e farci fare tutto lo stradone a
piedi.
Falò, coperte termiche, teli e sacchi a pelo ovunque.
Baracchino della birra che distribuisce tè caldo alle povere
senzatetto.
Telecamera di RTL con faro che è l’unica fonte di
illuminazione.
Naturalmente io ho avuto la geniale idea di mettermi le
scarpe, così mi ritrovo a cercare di posare i piedi solo sui pezzi di plastica,
per evitare di allagare anche quelle sprofondando nella neve semi-sciolta.
Dopo aver cantato tutto Humanoid, sparato a palla dall’omino
della birra, e dopo esserci intrattenute raccontandoci le nostre vite, iniziano
a fare l’appello. Nomi gridati talmente forte e con aggressività che mi bruciano
i polmoni solo ad ascoltarle.
Dopo Sarah Fischer
e Natalie Krüger,
ormai abbiamo imparato esserci Eleonnorà
Brag… e poi tutte noi, quindi ci scostiamo e andiamo a trovare un angolino
dove poterci mettere comode ad aspettare notizie.
Una fine opera di progettazione termo-architettonica ci
porta a realizzare il nostro quadrato di spazio abbastanza isolato dal ghiaccio
sottostante da potercisi sedere sopra, naturalmente tutte vicine e naturalmente
rivestite da un ulterione strato di sacchi a pelo.
O sacchi a pendolo,
che dir si voglia.
E qui chiudo il capitolo, perché le ore seguenti ne meritano
uno a parte!
.Alix
oh mamma Aly ...fa un certo effetto rivivere tutto cosi *w* quante ne abbiamo passate...e quante ne passeremo ancora.. *o* magari non tra i ghiacci o sperse in città varie quà e là u.U Bellissimo resoconto , aspetto il continuo sùsù *-* <3
RispondiEliminamamma mia!!!! in alcni momenti ho riso a crepapelle! in altri mi sono malamente commossa!!*_*
RispondiEliminaOddio ti prego continuaaa!!!
Marta
<3 <3 <3
RispondiEliminaMarta, perchè ti chiami giuliana?? XD