giovedì 22 aprile 2010

A Humanoid Tale. Chapter2


 Chiaramente il volo della mattina dopo è alle 8, il che non ci permette di dormire quanto vorremmo. Ma poco importa.
Prima che il sole sorga saliamo sul taxi prenotato la sera precedente, ed arriviamo al piccolo aeroporto di Rotterdam, ancora deserto. Ci vuole un’ora prima che qualcuno si degni di aprire il nostro check-in, e nel frattempo non mi faccio scrupoli ad addormentarmi con la testa sul trolley. Facciamo colazione ad un self-service e poco dopo ci imbarchiamo.
La sorpresa?
A quanto pare sarà un mini aeroplano, con eliche bene in vista e sì e no 50 posti, a portarci in Germania; per di più fa freddissimo. Ancora!
Non è per niente rassicurante, ma in compenso vedere i colori dell’alba del nord Europa da sopra le nuvole è qualcosa di unico e incantevole…
E poi ci danno i cioccolatini!
Dormo tutto il tempo, ovvero non più di un’ora.
Alle nove, nove e mezza, siamo già in quel posto familiare che è il ritiro bagagli dell’aeroporto di Amburgo. Un solo nastro in funzione, le valigie ci mettono poco ad arrivare e nel frattempo chiamo Chiara al cellulare… lei, Erika e Claudia sono già all’ostello. Mi risponde con voce impastata, stava ancora dormendo, avevano capito che saremmo arrivate alle nove di sera; ma nel frattempo mi mette al corrente della situazione fila.

Premessa: eravamo partite da Rotterdam dicendoci, “Ci sono già 200 persone in Germania. Arriviamo un’ora prima del concerto e stiamo in fondo, inutile accamparsi per stare in quarantesima fila piuttosto che in quarantunesima.”
Ma la verità è che di accampati non c’è proprio nessuno, perché è severamente vietato farlo; ragazze tedesche che ci hanno provato sono state cacciate da ronde della polizia, più volte.
Prendiamo un taxi per l’Arcade Hostel.
La città è ammantata di neve, e sta nevicando. E’ bellissima.
Tornarci mi strappa un sorriso, ogni volta… è un po’ come arrivare a casa, in un posto familiare dove sono disseminati tantissimi ricordi.
Attraversando quei posti conosciuti, ora incorniciati di bianco, arriviamo sullo stradone del nostro ostello, ed entriamo nella piccola reception rosso scuro. Chiara ci viene incontro struccata e mezza in pigiama, e dopo il check-in andiamo a rompere le scatole al resto della truppa, accampata in una stanza doppia.
Serve ancora del tempo perché ci preparino la stanza, e nel frattempo, in piedi in mezzo al corridoio e con le valigie ad intralciare il traffico, rimuginiamo se confessare o meno il fatto che in realtà siamo più di quelle che dovremmo essere. Alla fine il buonsenso ha la meglio, e otteniamo di poter stare in tre nella nostra doppia, dormendo in orizzontale sul letto matrimoniale.
Nell’attesa delle 11, passiamo un po’ di tempo su internet nella sala della colazione, poi io e Marta partiamo per quella che sembra l’impresa del secolo: trovare un adattatore per la presa della corrente. Il negozio di elettricista è chiuso, il supermercato non li ha, camminiamo fino a quella specie di Saturn tarocco chiamato MiniMax, aspettiamo l’apertura e anche lì, niente da fare. Torniamo dall’elettricista, che nel frattempo ha aperto, ma evidentemente in Germania non hanno idea di cosa siano gli adattatori.  Missione fallita. In compenso ho trovato il modo di spendere soldi con uno shampoo e una memory card nuova =)
La stanza è minuscola, è tutto incastrato stile tetris. Per fare un passo in qualsivoglia direzione, c’è una valigia da scavalcare. Arriva il tanto agognato momento di una doccia con lavaggio capelli, finalmente.
Dopo quel paio d’ore necessarie a tutte quante per rimettersi in sesto, fra phon, piastre, diffusori, turbanti di asciugamani, creme, spazzole, specchi appannati, esseri che si aggirano da una camera all’altra in accappatoio, mezze gocciolanti, con un traffico incessante di bottigliette dal contenuto variabile… siamo apparentemente pronte per salire sul taxi e fare una ricognizione al luogo incriminato: la Colorline Arena.
Per definire la sua collocazione non esattamente “alla mano”, mi verrebbe in mente una celebre locuzione Meaniana risalente a una serata Amburghese di due anni fa. Ma non la riferirò per senso della decenza x)
Dopo il giro completo, ombrelli che si ribaltano, poster di concerti appetitosi e speculazioni varie sull’ingresso, decidiamo di tornare.
…Ok.
…Da che parte?
Ma naturalmente, per un sentiero infinito che si addentra nelle nevi e nei boschi, in una zona industriale che puzza di cacca, e per di più con un freddo gelido e i Moon Boot che hanno felicemente deciso di sfondarsi e inzupparsi proprio in quel momento. Fino alla stazione di Stellingen, e da lì verso il centro.
Rathausmarkt….!!
Attimo di commozione usuale e necessario.
Il pomeriggio passa splendidamente, dopo avere comprato dei pacchianissimi stivali di gomma floreali, si va di pranzo al bar italiano di fronte a Snipes, poi a Snipes, caffè a Starbucks di fianco a Snipes… sì, poi ci scolliamo da Snipes per andare a Karstadt a comprare orecchini e materiale da cartoleria per mettere in opera certi piani, poi a Saturn per comprare un bel tubo da cento starlights. Ebbene sì, troviamo anche un adattatore.
Quando ormai è già buio, ci ripartiamo alla volta della Colorline in u-bahn: Chiara, Erika e Claudia hanno un fantomatico appuntamento con un paio di ragazze tedesche. Ma in realtà rimarremo lì quasi due ore ad aspettare a vuoto, disperse nel nulla, con il freddo come un miliardo di tagli in filo di lama, su tutta la pelle.
Cominciamo il nostro lavoro di cartelloni, e proprio sul più bello, quando è tutto terminato e siamo in procinto di levare le tende (o almeno così vorremmo, perché chiamare un taxi è impossibile), ecco che dal silenzio e dal nero sfreccia, sgommando, una macchina scalcinata, e inchioda di fronte alla scalinata. Ne escono quattro tedesche infuriate, che presto ci sono davanti e inveiscono cose poco carine… ma ci vuole poco a chiarire tutto.
Ci informano della lista che stanno facendo e, dato che di fronte all’arena è vietato stare,  e che la sicurezza non vuole sapere niente di numeri,  ci danno le indicazioni per arrivare al loro ritrovo segreto. “Dritto, poi dopo il bar a sinistra. C’è un parcheggio
E sgommano via in macchina.
Facile no?
No.
Due chilometri a piedi, al buio totale, di quelli che non vedi ad un palmo dalla punta del naso, facendo avanti e indietro su questo stradone disseminato di pozzanghere, perdendoci in sconfinati parcheggi deserti seppelliti da due metri di neve e graziosamente decorati da impronte canine decisamente troppo grandi e troppo solitarie per essere di un barboncino da compagnia… >_>
Sembrava una marcia della morte. Almeno ci siamo riscaldate.
Non so bene come, ma alla fine ci siamo arrivate a quel maledetto posto. Uno spiazzo di due metri per due, dove le simpaticone (in quel momento le odiavo profondamente, scusate), comodamente sedute nella loro auto fornita di cuscini, coperte, patatine e riscaldamento, prendevano i nomi e dettavano le regole. Due chiamate quotidiane, alle 12 e alle 18.
L’obbligo di dormire fuori soltanto dal venerdì.
Ah, apparentemente siamo intorno al 30-40 come numeri.
Ci guardiamo nelle palle degli occhi giusto quei tre secondi necessari a capire che siamo tutte d’accordo: non possiamo dormire sui ghiacci perenni, nemmeno se soltanto da venerdì. Se le vichinghe crucche hanno la pelle d’acciaio inossidabile e ci riescono, bene per loro, ma noi vorremmo arrivare al concerto senza principi di assideramento. Con fare deciso bussiamo al finestrino delle organizzatrici e spieghiamo la pappardella, e loro si mostrano comprensive e ci dicono che non vogliono farci morire quindi sì, potremo fare qualche ora di dormita in ostello.
Soddisfatte dei risultati ottenuti, ci avviamo indietro per prendere la s-bahn, costeggiando stradoni trafficati e spettegolando di questo e di quello. Un omino spettrale ci guida fino alla stazione, facciamo una fermata, fino a Stellingen, e dà lì due taxi fino all’ostello. Ma una volta lì decidiamo che abbiamo fame, e ci sediamo per una mezz’oretta al bar di una stazione di servizio a bere caffè e mangiare biscotti dal sacchetto.
Dopodichè, casa, internet e nanna.
Onestamente non mi ricordo con precisione come siano passati i tre giorni seguenti. O meglio, non saprei mettere le cose in ordine. Al di là degli appelli nella tundra, mi ricordo una bella mattinata di shopping a Martkstraße con pranzo in un tipico locale crucco; mi ricordo bene anche la cintura e gli stivaletti che, per senso di pseudo-responsabilità, non ho comprato. Mi ricordo un altro pranzo al bar italiano del centro, con tanto di esibizione magistrale delle statue di cera in vetrina, e un negozio lì a fianco che doveva essere nuovo, coloratissimo e pieno di cose psichedeliche. Mi ricordo una gita al Pimkie e al negozio di spezie e cose per la casa. Mi ricordo una colazione a base di pancake al bar Pik-Nik, disperso nel nulla insieme alla Colorline Arena. E naturalmente le innumerevoli visite al McDonald’s e McCafé, per colazione e cena, sempre rigorosamente a piedi, spesso sotto l’ombrello, spesso cantando a squarciagola per il diletto di tutto il circondario. Ricordo qualche intervista per RTL, e le nostre corse supersoniche da una stanza all’altra per poi rivederci in televisione.
‘Ste raccomandate che se ne vanno a fare la fila in taxi.
Penso fosse la tarda mattinata del 27 quando abbiamo fatto la spesa e ci siamo tutte ritrovate al parcheggio, organizzate per rimanere lì fino al 28, per poi in realtà rimandare il tutto alla sera. E la sera il nostro taxi ha sbagliato strada, ci ha fatto fare mille chilometri più del necessario per poi mollarci dall’altra parte dell’arena e farci fare tutto lo stradone a piedi.
Falò, coperte termiche,  teli e sacchi a pelo ovunque.
Baracchino della birra che distribuisce tè caldo alle povere senzatetto.
Telecamera di RTL con faro che è l’unica fonte di illuminazione.
Naturalmente io ho avuto la geniale idea di mettermi le scarpe, così mi ritrovo a cercare di posare i piedi solo sui pezzi di plastica, per evitare di allagare anche quelle sprofondando nella neve semi-sciolta.
Dopo aver cantato tutto Humanoid, sparato a palla dall’omino della birra, e dopo esserci intrattenute raccontandoci le nostre vite, iniziano a fare l’appello. Nomi gridati talmente forte e con aggressività che mi bruciano i polmoni solo ad ascoltarle.
Dopo Sarah Fischer e Natalie Krüger, ormai abbiamo imparato esserci Eleonnorà Brag… e poi tutte noi, quindi ci scostiamo e andiamo a trovare un angolino dove poterci mettere comode ad aspettare notizie.
Una fine opera di progettazione termo-architettonica ci porta a realizzare il nostro quadrato di spazio abbastanza isolato dal ghiaccio sottostante da potercisi sedere sopra, naturalmente tutte vicine e naturalmente rivestite da un ulterione strato di sacchi a pelo.
O sacchi a pendolo, che dir si voglia.

E qui chiudo il capitolo, perché le ore seguenti ne meritano uno a parte! 


.Alix

3 commenti:

  1. oh mamma Aly ...fa un certo effetto rivivere tutto cosi *w* quante ne abbiamo passate...e quante ne passeremo ancora.. *o* magari non tra i ghiacci o sperse in città varie quà e là u.U Bellissimo resoconto , aspetto il continuo sùsù *-* <3

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  2. mamma mia!!!! in alcni momenti ho riso a crepapelle! in altri mi sono malamente commossa!!*_*

    Oddio ti prego continuaaa!!!


    Marta

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  3. <3 <3 <3

    Marta, perchè ti chiami giuliana?? XD

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