giovedì 15 aprile 2010

A Humanoid Tale. Chapter1


Si fa fatica a dirlo…
Si fa fatica anche solo a pensarlo, a rendersene conto…
Dopo un mese e mezzo, dopo una quantità di treni, aerei, ostelli, arene, taxi, metropolitane, Mc Donald’s, lingue straniere… quasi dovessimo farlo noi, quel tour. Quasi fossimo noi le superstar che dovevano andare su e giù per l’Europa toccando i palchi di ogni Paese.
E’ iniziato tutto un mese e mezzo fa, è iniziato sotto un cielo metallico, quando ancora cadeva la neve, pioveva, tirava un vento gelido e le strade erano marginate da cumuli di ghiaccio.
Si è concluso sotto il sole tiepido di primavera,  quello ancora dolce e delicato, che si riflette sulle foglie novelle degli alberi verdeggianti, che allunga i suoi raggi in un cielo limpido spazzato dalla brezza.
L’inverno si è trasformato in primavera mentre noi cambiavamo le valigie e andavamo a prendere aerei e treni verso una nuova destinazione, mentre loro smontavano scenografie in un Paese per rimontarle in un altro. La neve si è sciolta e i colori hanno iniziato a ridipingere i paesaggi, mentre noi e loro vivevamo in quella città fantascientifica impregnata di musica, di voci, di passione; quella città che è atterrata un po’ ovunque, colonizzando il cuore dell’Europa.

L’astronave della Humanoid City si è chiusa per l’ultima data, e almeno per un po’ non si riaprirà più.
Se ripenso a solo un anno fa a quest’ora, languivo nell’assenza di notizie, languivo nella loro assenza. Non sapevamo quando sarebbe uscito l’album, non sapevamo che cosa stessero facendo, non sapevamo niente di niente. Sembrava che delle canzoni nuove non sarebbero mai arrivate, tanto meno un tour.
E’ stato tutto così lungamente atteso, fantasticato, immaginato e bramato che ora è incredibile pensare che sia già passato.
Avrei voluto che non arrivasse mai il momento di scrivere il resoconto, il momento di prendere tutto fra le mani e guardare agli innumerevoli ricordi di un mese e mezzo da sogno, avrei voluto che non arrivasse perché avrebbe voluto dire che era arrivata la fine.
Ma è stato tutto così bello, così intenso, coinvolgente e meraviglioso che non posso che ringraziare di averlo vissuto. Non posso che stringerlo forte, raccogliere ogni più piccolo frammento di memoria nel mio cuore e conservarlo come si conservano le cose più preziose. Ed esserne felice.



Sono tornata da Sanremo il 22 febbraio, stanca. Stanchissima.
Avrei voluto dormire tutto il giorno dopo, ma ho dovuto puntare la sveglia abbastanza presto, perché dovevo fare un cambio di valigie non indifferente, e a mezzogiorno salire in macchina per andare in stazione Centrale.
La mattina ho buttato le cose dentro il borsone rosso e il trolley abbastanza a caso. Poco importava se sarebbero stato il mio armamentario di due settimane: ero talmente assonnata e svogliata che non avevo intenzione di ragionare. Qualche minuto prima di uscire di casa, poi, ho avuto la brillante idea di dare un’aggiornatina all’iPod, peccato che ho fatto più macello che altro.
Pioveva, il cielo era grigio e triste, avevo una gran voglia di dormire e basta, ma dovevo fare un viaggio lungo. Con il dubbio, fra l’altro, di finire per passare il concerto da sola e in fondo, perché Marta mi aveva avvertito che non erano riuscite a tenermi il posto in fila.
La verità è che il mio tour l’ho iniziato così: sfiduciata e triste.
Non so perché. Ero sulla navetta per Orio, mi davo della deficiente da sola e mi chiedevo perché mai mi sentissi così giù di morale… ho iniziato a piangere, con la musica nelle orecchie, senza un motivo apparente.


Il viaggio è andato liscio: volo fino ad Eindhoven, autobus fino alla stazione, e da lì treno per Rotterdam, dopo avere chiesto indicazioni a più o meno chiunque per essere sicura di non sbagliare. Chiaramente continuava a piovere.
Arrivata a Rotterdam ho preso il primo taxi disponibile, e l’autista mi ha allegramente riso in faccia quando gli ho detto il nome dell’hotel – perché effettivamente era a pochi passi; mi sono piazzata sotto il tendone dell’albergo, aspettando Ele e Marta: dopo una quindicina di minuti sono sbucate all’orizzonte, infagottate come eschimesi, cariche di borse e con un’andatura ciondolante non propriamente da passerella :)
L’hotel Turkuaz, nonostante il nome sinistro, ha un’atmosfera familiare: ci mettiamo nella hall a scrivere un blog per il Fan Club, sorseggiando caffè bollente e chiacchierando metà in inglese e metà in italiano con il personale olandese e due ospiti napoletani. Dopo una rapida capatina in camera, io per cambiarmi e le altre per asciugarsi, ci avviamo a prendere l’autobus che porta all’Ahoy: e lì scopriamo che la sicurezza sta già posizionando le transenne.
Gli organizzatori della fila, una biondina alta un metro e una carota e un rasta puzzolente con una bottiglia da due litri di Coca-Cola perennemente attaccata alla mano, sono di una simpatia travolgente…  mi rifilano un 179 dicendomi che non ci sono più braccialetti e che se voglio stare con le mie amiche mi devo arrangiare, in buona sostanza.
Dopo avere smontato la tenda ed avere recuperato qualche schifezza da mangiare, presso un baracchino, aspettiamo di essere incanalate. Non resisto più di due minuti in quello che sarebbe il mio gruppo: l’olandese è una lingua odiosa, piena di gorgoglii e raschiamenti, non conosco nessuno e non capisco un’acca. Scappo e cerco Marta ed Ele, mi dicono che sono sotto il telo arancione. Vado al primo che trovo e le chiamo, ma una ragazza mi dice di andare a quello successivo.
Una volta trovate, mi infilo dentro le transenne e oltre l’unica porticina rimasta aperta: sembra di stare sottocoperta in un galeone ottocentesco. E’ buio, non si vede niente. Sono tutti sdraiati e accampati fra sacchi a pelo, coperte e cuscini; il telo di plastica appeso sapientemente fra una transenna e l’altra si affossa nel centro, quasi fino a toccare i corpi distesi. Ci incastriamo in qualche maniera per dormire… non sembra fare particolarmente freddo, all’inizio.
Marta e Ele decidono di usare le mie gambe come cuscino, ma io ogni due per tre mi devo rigirare perché mi si informicola tutto.
Ben presto inizia a sentirsi il freddo. Tira un vento ghiacciato, che si insinua sotto il nostro rifugio proprio come un tunnel, è insopportabile. La cerata arancione va su e giù facendo un rumore assurdo, l’aria è così fredda da farti stare male. Mi raggomitolo nel sacco a pelo meglio che posso, mi copro con capelli, cappello, sciarpa, tutto quello che trovo; ho i conati di vomito dal freddo, ho anche qualche serio dubbio di uscirne viva, e mi trovo a chiedermi: che cavolo sto facendo, e perché?!
Se sento troppo freddo, torno in hotel. Se sto male torno in hotel. Se vedo che è troppo dura torno in hotel.
Il fatto è che sì, sento troppo freddo, sto male ed è troppo dura. Ma per qualche motivo non mi schiodo dal nostro tunnel ventoso.
Almeno non fino a verso le quattro, quando io e Marta ci risvegliamo dai ghiacci e, sottovoce, iniziamo a contare i minuti e decidere cosa fare.
“Alle cinque iniziamo a mettere via così prendiamo il primo autobus delle sei. Che freddo. Che ore sono? Quanto manca?”
Un’ora spesa così, poi finalmente le cinque arrivano, e con tutta calma ritiriamo le nostre cose e brancoliamo fino alla fermata dell’autobus; la stanza d’hotel e i letti sembrano un miraggio. Crollo addormentata, ed è una fatica risvegliarsi per andare a fare colazione e ritornare all’Ahoy.


La giornata passa lentissimamente. Forse non ero più abituata, ma quelle otto, nove ore somigliano più a otto o nove giorni. Stiamo lì sedute, nel vento polare che non smette mai di soffiare, mangiucchiamo qualcosa, salutiamo Silvia che arriva da Lussemburgo, prendiamo un tè caldo – nel mio un insetto decide di mettere fine alla sua esistenza.
Verso le quattro inizio a sentire l’ansia, la gente inizia a compattarsi e noi ci appropinquiamo più di quanto in effetti dovremmo; devo continuamente muovere i piedi perché rischiano di congelarsi da un momento all’altro. Fra la temperatura e il nervosismo, vengo presa da una tremarella abbastanza imbarazzante O.o
Ora delle sei siamo tutti accalcati contro i quattro passaggi d’ingresso. Dei ragazzi della sicurezza fanno la guardia, mentre dietro le porte a vetri una schiera di gente ci guarda ridacchiando; comincia a piovigginare, l’apertura ritarda e io ho una paura folle e un mal di pancia dilagante.
Era tantissimo tempo che non facevo più queste cose.


Poi aprono.
Ci incanaliamo in due ingressi diversi, strappano i biglietti, non ricordo nemmeno se mi hanno controllato lo zaino che, malauguratamente, mi ero portata appresso; non si può correre, seguo la scia di gente e mi ritrovo all’interno, sotto al palco.
Dove sono le altre? Le ho perse.
Guardo dal lato di Georg, non ci sono, giro da Tom e ancora non le vedo, torno indietro e mi piazzo sul lato della passerella. Tempo due secondi e mi si affianca Marta, poi arriva Ele.
Ce l’abbiamo fatta…!!
Improvvisamente sento l’euforia farsi strada nel sangue, e ringrazio di non essere stata così demente da lasciarmi traviare da quel malumore del giorno prima.
Siamo in prima fila, ancora. Dopo oltre un anno e mezzo dall’ultimo concerto.
E non ho la più pallida idea di cosa aspettarmi: lo spettacolo è tutto un’incognita.
Le due ore di attesa passano veloci, fra la band di supporto e i litigi con la ragazzina dietro, che per fortuna poi si risolvono pacificamente. Fa quasi freddo, sono in maglietta con le maniche lunghe ma sento spifferi da tutte le parti.
La musica di intrattenimento non è male, ci sono gli Offspring, i Nirvana, i Muse… World Behind My Wall remixata…?! Parte il balletto!!
Mentre noi ci dilettiamo fra foto e cose inutili per ingannare l’attesa, dall’alto calano due impalcature munite di seggiolini, e due poveri malcapitati si arrampicano su per andare a manovrare i riflettori.


Sono pochi minuti, e poi le luci d’improvviso si spengono.
Un tonfo al cuore.
L’arena si riempie di urla e flash fotografici.
Sta per iniziare.
Aspettato, sognato, immaginato, anticipato, così lontano.
Ora è qui, sta per cominciare.
Un drappo nero rovina a terra con un sonoro rimbombo.
Una struttura metallica intagliata da geroglifici geometrici si impone sulla scena, avviluppata da spirali di fumo bianco, colorata dall’interno da luci cangianti; una voce robotica si sovrappone ai rumori scricchiolanti, e dà il benvenuto.
Alla Humanoid City.


Partono le note alte di Noise.
L’emozione si impossessa completamente di ogni cellula del corpo e del cervello, e tutto quello che so è che sale e sale e sale, poi ad un tratto parte l’accompagnamento di chitarra e da una parte arriva Tom, dall’altra Georg, l’astornave-uovo si apre lentamente ed ecco Gustav… dietro una coltre di vapore bianco si delinea lentamente una sagoma nera che buca il fumo, è sottile slanciata, si incammina verso il fronte del palco finchè non esce completamente dalla nebbia…
E penso che mi ci sia voluto un attimo prima di iniziare a cantare e ricordarmi che canzone era quella. Perché abituarsi alla sua bellezza è praticamente impossibile,  non puoi che restare con il respiro mozzato in gola per almeno qualche secondo, ogni volta; e guardarlo cercando di convincerti che è reale.
Quella giacca triangolare tempestata di brillanti è spettacolare.
Gli occhiali da sole a specchio fanno il loro effetto, ma è quando finiscono in terra che si scopre la luce più intensa: quegli occhi d’ambra che ti bruciano anche a due metri di distanza.
E’ un susseguirsi di emozioni, di adrenalina, di voglia di cantare a squarciagola e ballare, e poi di fermarsi e ascoltare la sua voce nelle ballate acustiche…
E’ troppo difficile riassumere le sensazioni di quella serata.
Di quel primo concerto, dove tutto era una sorpresa, per noi e per loro, perché era solo la loro seconda data. La cosa più chiara è che sono immensamente carichi, coinvolti, fieri finalmente di mostrare a tutti il loro show, a cui hanno lavorato così tanto, e di portare sul palco nuove canzoni, nuovi strumenti, un nuovo sound…
C’è tantissima energia nell’aria.
E’ un mondo a sé stante, in cui siamo tutti completamente assorbiti. E’ davvero come stare per due ore in un’altra dimensione.
Non li avevo mai visti così… anche nel vecchio tour, per quanto fossero bravi, non erano così esaltati, rapiti, elettrizzati – e parlo soprattutto dei gemelli. Tutti quei movimenti, mezzi balletti, la carica e il cuore messi in ogni singola parola, in ogni singola nota.
E la scenografia, i costumi, le luci…
E’ pazzesco.
E’ totalmente, completamente pazzesco e fantastico.
Un aneddoto che riguarda Rotterdam, e che mi ricordo molto bene, è quello della fanaction.
In fila avevamo comprato tutti delle lucine azzurre, e durante World Behind My Wall l’intera arena si è punteggiata di queste piccole stelline, come un bellissimo cielo notturno.
L’effetto era magico…
Bill stava sul palco rialzato, vicino a Georg. E guardava con gli occhi illuminati… d’un tratto, durante una pausa, ha sussurrato Dankeschön al microfono.
Così, a mezza voce, nella sua lingua… come se in realtà non avessimo nemmeno dovuto sentirlo. Sincero. E’ stato toccante.
Cos’altro? La dedica di Shadow a Tom, che per tutta risposta ha sventolato una mano in aria. Automatic che parte a tradimento, prendendoci di sorpresa e facendo partire cori da stadio.
E un po’ tutto, perché quella sera tutto quanto provoca stupore.

Avrei davvero voluto che non finisse mai, mi sono innamorata di questo tour fin da quel primo concerto, fin dalle prime note. Non avrei potuto aspettarmi niente di meglio.
Camminando indietro verso l’hotel ero completamente sulle nuvole, con il fuoco nel sangue e le stelle negli occhi, così felice e così fiera di loro, ubriaca di quella serata e -a costo di mille altre nottate al gelo- impaziente di averne ancora.


.Alix

2 commenti:

  1. fati..♥

    quando ho letto dell'attesa di un anno fà mi son venute in mente le nostre chiaccherate in msn, quando quelle sere ci chiedevamo così tante cose..e soprattutto l'attesa sembrava interminabile..E adesso, ci ritroviamo di già a parlare di questo tour, ormai giunto al termine..
    un'altra cosa che mi è mancata, sono i tuoi resoconti, belli e intensi come pochi..sarà perchè parli di qualcosa che ti arriva davvero all'anima..sarà perchè parli di loro.
    Grazie per "rotterdam"..attendo le altre..e sì, anche i tuoi resoconti portano dipendenza ù.ù
    e qualche lacrimuccia..=°)

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  2. ç__ç oddiooo!! mi viene da piangere a leggere questa, immagino le altreee!!
    scriviiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

    Marta

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